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La programmazione dei Fondi strutturali 2000 - 2006: I "Progetti Integrati Territoriali"

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7 la  “non  naturalità”  del  sistema  di  incentivi,  che  non  potrà  prescindere  da  componenti  redistributive:  il  processo  di  sovrapposizione  tra  realtà  economica  e  sfera  politica,  non  essendo il risultato di valutazioni dirette e immediate di costi e benefici, abbisognerà di un  apparato centrale di gestione, e di un forte supporto ideologico.  La fine delle politiche straordinarie di intervento  Come tutte le strategie, anche quella dello “sviluppo locale”, di cui sono figli gli strumenti  che sono denominati “Progetti Integrati Territoriali”, non ha una precisa data di inizio.  In  Italia  la discussione  su questo nuovo modo di  intendere  lo sviluppo s’incrocia con  la  fine, avvenuta più di dieci anni fa, delle politiche di “intervento straordinario”.  Per circa un cinquantennio,  le politiche pubbliche nazionali a sostegno della produzione  sono state,  infatti,  incentrate pressoché unicamente sugli aiuti alla singola  impresa, ossia  su incentivi rivolti al miglioramento quanti ‐ qualitativo degli assetti microeconomici delle  aziende esistenti o al sostegno della natalità imprenditoriale attraverso l’abbattimento dei  costi  del  lavoro  e  del  capitale.  La  politica  economica  per  lo  sviluppo  non  “vedeva”  i  territori e le realtà locali – se non nella forma di una maggiorazione dei livelli quantitativi  di  incentivazione pubblica per  le  iniziative economiche che si  localizzavano nelle regioni  depresse.  L’assunto  teorico  sotteso  a  un  simile  approccio  di  politica  economica,  prevalentemente  d’ispirazione  neoclassica  ma  tutt’altro  che  estraneo  al  corpus  disciplinare  della  teoria  keynesiana 5 ,  è  che  l’origine del  successo  economico  sarebbe da  rintracciare nella  libertà  d’azione dell’homo  oeconomicus, di un  individuo  cioè dotato di  informazioni  complete  e  razionalità perfetta,  teso  a massimizzare  il profitto  e  operante  in un  libero mercato  che  sarebbe in grado di allocare in modo efficiente le risorse. In una concezione di questo tipo  le politiche possono prescindere del tutto dalle specificità delle singole realtà territoriali e  produttive, ignorando dunque storia e cultura, istituzioni e path – dependencies.  5  L’approccio liberista classico, confidando nella «mano invisibile» dei meccanismi di mercato, ha puntato soprattutto su  politiche di deregolamentazione dei mercati del  lavoro  e del  capitale  al  fine di non ostacolare  la mobilità dei  fattori  produttivi che, nel lungo periodo, avrebbe consentito alle regioni povere di crescere allo stesso tasso delle regioni ricche.  L’ approccio keynesiano,  invece, si è sostanziato particolarmente  in politiche di welfare e distribuzione del reddito per  accrescere  la domanda aggregata nelle aree  svantaggiate, nonché  su  incentivazioni  finanziarie e  infrastrutturali per  il  decentramento di singole iniziative produttive in queste ultime. 
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Informazioni tesi

  Autore: Eustachio Stefano Tarulli
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: Umberto Triulzi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 317

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