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Per una democrazia radicale: da metodo a ideale normativo

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6 I criteri normativi che dovrebbero assicurare la messa in atto dei principi democratici, sono essenzialmente riconducibili a due fondamentali procedure: la delega di potere, vale a dire la rappresentanza politica, ed il principio maggioritario. La delega di potere, di fatto, si traduce nel trasferimento della volontà del soggetto rappresentato (il cittadino) ad un altro soggetto rappresentante, il quale ottiene così il potere (e si potrebbe aggiungere la responsabilità) di decidere della libertà del primo. L’effetto di questa trasposizione è di trasformare gli elettori da superiori, in quanto depositari della sovranità popolare, in sottoposti, e i rappresentanti, che dovrebbero essere “comandati”, in governanti, in virtù dell’autonomia che viene loro assicurata. Ma l’aspetto preponderante è che i rappresentanti agiscono in nome di una pretesa aderenza (che non può essere in alcun modo verificata) ad un’altrettanto presunta volontà generale, che generale non è, poiché essa non esiste, è una mera astrazione, il risultato di un “procedimento razionalista che permette di trasformare in rappresentanza ciò che spesso è solo cessione di volontà” (La Torre, 2000, pag. 192). Ne segue che le azioni dei deputati non vengono determinate o almeno influenzate dagli elettori, che conferiscono loro solo il diritto di volere nel proprio nome e nel proprio interesse: i rappresentanti, in ultima analisi, pongono in essere delle deliberazioni che sono indiscutibilmente loro e soltanto loro, decidono cioè in piena libertà, senza alcun controllo e senza alcun vincolo specifico che non sia di coscienza nei confronti dell’elettorato. Inoltre, nel caso di un mancato adempimento ai propri doveri da parte dei rappresentanti, gli elettori non hanno alcun diritto di revoca su di loro, poiché mediante l’elezione viene designato non un delegato bensì un fiduciario, cioè qualcuno che ottiene la fiducia dell’elettorato, ma agisce in libertà: ciò che gli viene affidato non è un mandato imperativo. Si sostiene, allora, che il cittadino possa giudicare l’operato del deputato cui aveva concesso la propria fiducia, riconfermandogliela o negandogliela alle successive elezioni. Tuttavia, come nota LaTorre, “affinché la mancata rielezione possa considerarsi come sanzione di un comportamento inottemperante dei doveri dell’eletto e configurare dunque una forma di responsabilità politica, dovrebbero verificarsi almeno due condizioni: (i) che il soggetto eletto come parlamentare sia obbligato a ripresentarsi candidato alle nuove elezioni; (ii) che l’eventuale rielezione sia soggetta istituzionalmente ad
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Per una democrazia radicale: da metodo a ideale normativo

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Informazioni tesi

  Autore: Claudia Vargiu
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Marina Lalatta Costerbosa
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 67

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