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"Nel fango i vili intanto al suol conficco" - Vittorio Alfieri fra politica e letteratura

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7 autoanalizza ponendo sempre avanti a tutto il pensiero di gloria; 11 o infine indulge alla rappresentazione lirica di sé, di un Io sempre alla ricerca di fama letteraria e onore (e i cui unici punti di contatto positivi col mondo reale sono ora i cavalli, ora l’amicizia, ora il degno amore) sotto lo sprone di ira e malinconia (Due fere donne, anzi due furie atroci, / Tor non mi posso (ahi misero!) dal fianco: CLXIX); 12 ebbene, tutto ciò è altamente significativo, e implica che non solo – Cardarelli ante litteram – la Speranza, ma anche e perfino la Vita nel suo complesso sia nell’opera. Che poi questo possa essere una necessaria conseguenza della “tristizia de’ tempi”, tempi a loro volta rei di costringere l’Uomo – seppur individuo eccezionale, vate od eroe che dir si voglia – all’inazione, 13 ciò poco 11 Così si apre la seconda parte dei Giornali (cit. da Prima redazione inedita della Vita, Giornali, Annali e documenti autobiografici a cura di L. Fassò, Asti, Casa d’Alfieri, 1951), nel 1777: “Questa mane appena svegliato tosto ricorsi col pensiero alla fama letteraria, oggetto costante d’ogni mio desiderio…” (17 aprile). Più oltre, si veda anche: “la voglia mia d’imparare è somma; la ragione di questa mia voglia è la smisurata mia ambizione, che non vedendo altro campo da correre, tutta s’è gettata alle lettere: ed in fatti non v’è il più onorifico” (18 aprile); poi: “…ecco ricomparir poco a poco la filosofia, e l’amor delle lettere. Questo è l’oggetto mio costante, questa è la passione predominante” (1 maggio); ed infine: “rincresceami sommamente di morire prima d’aver acquistato fama; quanto alla vita futura, non mi metteva punto timore, non sapendo che crederne, ma sapendo di certo che non ho mai fatto male a nessuno” (2 mag). 12 Rime, cit.; cfr. anche: Malinconia, perché un tuo solo seggio (LXV, I parte) e Mesto son sempre; ed il pianto, e la noia (CXXXVIII, I parte) 13 E comunque si noti che, se ancora ai tempi della Tirannide il poeta lamenta questo stato di cose (“io, che per nessun’altra cagione scriveva, se non perché i tristi miei tempi mi vietavan di fare; io che ad ogni vera incalzante necessità, abbandonerei tuttavia la penna per impugnare sotto il tuo nobile vessillo la spada…”, si legge nella dedica del libro, Alla Libertà); nel trattato successivo, Del principe e delle lettere, i termini si saranno in ribaltati a netto vantaggio del poeta e della poesia: “Tanto può più, presso al comune degli uomini, il fare che il dire. Non pensano essi, che il dire altamente alte cose, è un farle in gran parte; e che per lo più chi ben disse, in parità di circostanze, di tanto avrebbe superato chi ben fece, di quanto dovea il dicitore aver avuto un ben maggiore impulso per darsi interamente ad esaminare, conoscere, innovare, o rettificare una cosa, da cui, non potendola egli eseguire, niuno altro frutto per allora sperava, che la semplice gloria dell’averla ben ideata, e ben detta. […] Io perciò credo, che lo scrittore grande sia maggiore d’ogni altro grand’uomo; perché oltre l’utile che egli arreca maggiore, come artefice di cosa che che non ha fine, e che giova ai presenti ed ai lontani, si dee pur anche confessare che in lui ci è per lo più l’eroe di cui narra, e ci è di più il sublime narratore. Ed in fatti, gli eroi nati dopo quell’Achille (interamente forse fabbricato nella testa d’Omero) tutti vollero più o meno rassomigliarsi a lui. Ma, se un eccellente scrittore vuol dipingere un eroe, lo crea da sé; dunque lo ritrova egli
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"Nel fango i vili intanto al suol conficco" - Vittorio Alfieri fra politica e letteratura

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Informazioni tesi

  Autore: Lorenzo Berti
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2001-02
  Università: Università degli Studi di Firenze
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Italianistica
  Relatore: Marino Biondi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 187

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