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Lanerossi: quale eredità?

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3 A Giulia e Gaia, dalla mia storia al loro futuro. Da tempo ho desiderato intraprendere questo cammino, un percorso dentro di me, la mia storia, la storia del territorio dove vivo. Ogni uomo, ogni evento lascia una traccia, a volte solo nel cuore dei propri cari, altre indelebili nel cuore di una città o di un territorio. Il tempo trasforma, semplifica, allontana e si allontana. Il viaggio all’interno di me e della mia storia si confonde con quello del territorio e di un’azienda che ha segnato intere generazioni di ragazzi e poi uomini, donne che hanno trovato in questa azienda una “madre” che li accudiva dai primi giorni di vita alla vecchiaia, garantendo un lavoro dalla pre-adolescenza fino alla pensione. E’ fin troppo facile celebrare un uomo, Alessandro Rossi - divenuto presto senatore nel parlamento Italiano in un’Italia da poco diventata Unita - che ha realizzato una città a misura di operaio, l’asilo e la biblioteca aziendale, i trasporti per le merci e gli operai, la colonia estiva per i figli dei dipendenti. Questo lavoro non sarà una celebrazione dell’uomo o dell’imprenditore. Le sue innovazioni sono, a distanza di 140 anni, motivo di interesse e studio per sociologi, managers, imprenditori ed il desiderio di tanti lavoratori che cercano una difficile conciliazione tra vita privata e vita professionale. Questa distinzione non c’era nella “vecchia” Lanerossi: per più di un secolo vita personale e professionale si sono mescolate. Ognuno di noi ragazzi aveva il padre, o la madre, a volte entrambi che lavoravano nella stessa azienda, avevamo in qualche modo un vissuto simile anche se era difficile, per me bambino capire la differenza tra quadri, operai, impiegati. Una tuta blu, con la R di colore rossi, fatta di filo e rovescia, serviva da abbigliamento da lavoro ma non solo, anche per zappare l’orto, fare piccoli lavori domestici. Un piccolo basco blu, di panno, come quelli di Altan, mi hanno fatto capire, qualche anno più tardi, che la mia storia parte dalle tute blu. Con gli anni, dall’ultimo dopoguerra, qualcuno ha osato, qualche operaio più intraprendente ha lasciato la sicurezza di “mamma” Lanerossi per intraprendere nuove strade, aprire qualche laboratorio meccanico, forte della esperienza sulla parte meccanica dei telai. Gente che era abituata a lavorare tanto, che a testa bassa ed in silenzio ha costruito realtà piccole, flessibili, di “paròni” (piccoli imprenditori) abituati a risolvere problemi, a trovare soluzioni apparentemente semplici ma spesso geniali (oggi chiameremo tutto questo problem-solving). Mentre nasceva il fenomeno nordest, Lanerossi lentamente moriva, come quelle rocce dolomitiche che vento e ghiaccio sgretolano piano piano. Lanerossi è stata probabilmente l’unica grande azienda a partecipazione statale (dopo il 1962, data di acquisizione da parte di ENI) morta senza clamore, senza grandi traumi, poichè le altre aziende del territorio hanno assorbito i dipendenti in cassa integrazione, mobilità o licenziati. La grande realtà industriale di Schio, che occupa un territorio geograficamente più grande della città stessa ha raccolto l’orgoglio di operai che preferiscono lavorare piuttosto che stare a casa in cassa integrazione. Questo lavoro intende, partendo dalle radici dell’azienda, analizzare proprio le ultime fasi di vita di Lanerossi: un omaggio alla sintonia tra management e dipendenti che ha creato successo e benessere ad un territorio la cui unica possibilità era, fino al dopoguerra, l’emigrazione. Quale eredità ha lasciato questa storia?
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Lanerossi: quale eredità?

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Informazioni tesi

  Autore: Mauro Cason
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Urbino
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Scienze e tecniche psicologiche
  Relatore: Stefano Raia
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 40

FAQ

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altovicentino
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