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La lotta per il riconoscimento di un'identità: la ''Primavera Nera'' in Cabilia

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6 2. Il «Mythe Kabyle». Il nuovo corso della politica coloniale francese implicava, inoltre, l’assimilazione delle popolazioni conquistate. Sebbene si volesse richiamare un’ipotetica parità dei due elementi umani, francese e algerino, l’obiettivo era lo spossessamento dell’individualità statale e culturale dell’intero popo- lo, per prevenirne ogni reazione. Il primo scopo che si prefissarono i coloni con questa politica fu la creazione di differenze interne alla popolazione algerine. Convinti che esi- stessero dei profondi contrati tra la popolazione araba e quella amazigh, i- nizialmente solo gli Imazighen furono oggetto delle iniziative di assimila- zione, con la prospettiva di ridimensionare le pretese degli Arabi. I Francesi credevano che la fede islamica dei Cabili fosse superficiale, e che essi avessero resistito continuamente alla presenza araba, dato che aveva imposto loro una lingua che non volevano parlare. Fu in questo senso, che i coloni contribuirono a rafforzare il sentimento particolarista, sostenendo l’utilizzo dei dialetti e edificando quel “mito cabilo” che sopravvisse alla con- quista e influenzò tutto il movimento nazionalista. I Cabili erano guardati con discreto favore, dato che non avevano partecipato alla resistenza dell’Emiro Abd El Qader13, e perciò, momentaneamente, erano ritenuti de- gli alleati ideali per la salvaguardia del dominio coloniale. Si trattava di un’interpretazione utilitarista, guidata dal principio politico del divide et impera, che aveva il vantaggio di provocare sentimenti settari, razzisti e di alimentare lotte tribali e dottrinali. Con il “Mito Cabi- lo”, Parigi cercò di convincere gli Imazighen di avere origini Galliche, per cui degli elementi culturali in comune con i Francesi, come la comunanza della dominazione romana e dalla religione cristiana, praticata prima di convertirsi all’Islam. Il “ritorno alla fede cristiana” faceva parte delle politi- che rivolte ai soli Cabili, ma i conquistatori non consideravano che il Cri- stianesimo non era mai filtrato, fino in fondo, negli animi degli autoctoni. La comunità non vedeva, però, nelle attività dei colonizzatori un pe- ricolo. Veniva data loro l’illusione che venisse mantenuto l’ordine sociale, politico e culturale preesistente. I delegati francesi si consigliavano con i capi delle djemaâ14, consentivano di mantenere i costumi (tanto più se con- trastavano con quelli arabi), fu incoraggiata l’applicazione del diritto co- munitario cabilo, a discapito della shari’a15, anche se le djemaâ si trasforma- rono in simposi di dignitari, di solito, al soldo del governo coloniale. 13 La rivolta di Abd El Qader (1841-1848) si era sviluppata in seno ad una confederazione di tribù che vivevano nelle regioni occidentali dell’Algeria. La coalizione non si allargò fi- no alla Cabilia,perché i clan cabili non erano disposti a riconoscere l’autorità dell’Emiro come capo delle tribù. In seguito alla rivolta guidata da Al Mokhrani, i Francesi compre- sero che sarebbe stato, invece, più difficile domare gli Imazighen, e il “mito cabilo” perse interesse, portando all’ampliamento delle politiche di assimilazione anche alle popolazioni di origine araba. 14 La djemaâ era l’assemblea dei capifamiglia del villaggio. L’istituzione era l’autentica de- positaria della sovranità del villaggio. 15 La legge coranica.
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La lotta per il riconoscimento di un'identità: la ''Primavera Nera'' in Cabilia

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Informazioni tesi

  Autore: Annalisa Pia
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Cagliari
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: Bianca Maria Carcangiu
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 181

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