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L'adesione della Comunità europea alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo

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4 concepiti come strumenti di integrazione economica e i diritti fondamentali in essi previsti6 tutelavano il cittadino comunitario nella sua dimensione economica e sociale7. Tuttavia, la Comunità si è rapidamente affermata come organizzazione internazionale specifica che agisce al posto degli Stati nell’ambito delle competenze che le sono attribuite8. L’affermazione del principio di applicabilità diretta9 e di primazia10 del diritto comunitario ha contribuito largamente a questa evoluzione. L’estensione progressiva delle competenze comunitarie, attraverso l’art. 235 del Trattato CEE e attraverso la revisione dei Trattati, costituiscono altrettante occasioni possibili per il diritto comunitario di minacciare i diritti dell’uomo. A risolvere una situazione che minacciava il primato, ancora incerto, del diritto comunitario sui diritti nazionali11, è intervenuta la giurisprudenza delle Corte di giustizia delle Comunità europee in materia di diritti fondamentali. Sviluppatasi in rapporto dialettico con le Corti costituzionali tedesca e italiana, la giurisprudenza della Corte si basa su tre pilastri: i principi generali comuni ai diritti degli Stati membri, la CEDU e il diritto comunitario. Quest’ultimo si è arricchito di riferimenti sempre più vincolanti al rispetto dei diritti 6Abolizione di qualsiasi discriminazione fondata sulla nazionalità (art. 7 e 48 CEE), libertà di circolazione dei lavoratori (art. da 48 a 51 CEE), libertà di stabilimento e di prestazione di servizi (art. da 52 a 66 CEE), parità di retribuzione fra lavoratori e lavoratrici per uno stesso lavoro (art. 119 CEE). 7 Questa spiegazione tradizionale, che riduceva la portata dei diritti fondamentali alla sfera personale dell’individuo, è stata sostenuta in particolare da P.PESCATORE, Les droits de l’homme…, op. cit., p. 629 e sg.. Questa tesi non ha tardato a manifestare la sua inconsistenza e oggi può dirsi del tutto superata: anche nel campo economico, se non soprattutto in questo, c’è pericolo per la libertà dei cittadini. Così P.H. TEITGEN, Rapport au colloque de Louvain sur l’adhésion des Communautés à la CEDH, Bruxelles-Louvain, 1981, p. 22; L. DUBOIS, Le rôle de la CJCE Object et portée de la protection des droits fondamentaux, RIDC, 1981, p. 612; M.H. MENDELSON, The ECJ and Human rights, YEL, 1981, p. 127. 8 La dottrina internazionalistica si è a lungo interrogata sulla natura giuridica delle Comunità europee; in genere gli sforzi sono stati volti a collocare il fenomeno comunitario in una categoria che si ponesse come tertium genus rispetto alle forme tradizionali di collaborazione intergovernativa, basate su accordi internazionali tra Stati che restano pienamente sovrani e soluzioni di tipo federale, nell’ambito delle quali un nuovo soggetto subentra agli Stati che si federano. E’ stata in particolare sostenuta l’idea di una rottura del legame inizialmente esistente fra gli Stati membri e la Comunità alla quale essi hanno dato origine: creando la Comunità gli Stati avrebbero perduto una parte della loro sovranità. Ciò avrebbe portato alla nascita di una comunità di diritto dotata di una propria carta costituzionale. Questa è la tesi di D. SIMON, Y a-t-il des principes généraux en droit communautaire?, Droits, n° 14, 1991, p.82, che sottolinea l’irriducibile specificità della costruzione giuridica comunitaria, entità non statale indipendente dagli Stati che l’hanno edificata e produttrice di un ordine normativo che non sarebbe né internazionale, né nazionale. Per le critiche a questa dottrina v. O. DE SCHUTTER et Y. LEJEUNE, L’adhésion de la Comunité à la Convention européenne des droits de l’homme. A propos de l’avis 2/94 de la Cour de justice des Communautés, in Cah. Dr. Eur., 1996, p. 573 e sgg.. Anche U. DRAETTA, in Elementi di diritto comunitario, Milano, 1995, p. 192 ritiene superfluo il ricorso al tertium genus (anche perché, “tra soluzioni internazionalistiche e soluzioni federaliste, probabilmente, tertium non datur”, p. 195). L’ordinamento comunitario è derivato rispetto all’ordinamento internazionale ma va, tuttavia, considerato come autonomo almeno nel senso che esso ha norme, fonti, destinatari e strumenti suoi propri (ivi, p. 197). 9 CGCE, sentenza del 4 febbraio 1963, VAN GEND & LOOS, causa 26/62, in Racc., p. 350. 10 CGCE, sentenza del 15 giugno 1964, COSTA/ENEL, causa 6/64, in Racc., p. 1141. 11 Ciò perché, paradossalmente, i cittadini degli Stati membri, promossi al rango di cittadini “europei”, non trovavano, nei Trattati che conferivano loro questo status, garanzie nel caso in cui l’azione delle istituzioni comunitarie minacciasse uno dei diritti fondamentali loro riconosciuti dalle Costituzioni nazionali. Il giudice nazionale poteva così trovarsi di fronte alla necessità di dichiarare incostituzionale una norma comunitaria quando essa fosse stata contraria ai diritti fondamentali così come definiti dalla sua Costituzione o dalla CEDU.
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L'adesione della Comunità europea alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo

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Informazioni tesi

  Autore: Maria Teresa Capula
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1997-98
  Università: Università degli Studi di Sassari
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: Stefania Bariatti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 88

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