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Disturbi del comportamento, fenomeni aggressivi e fattori di rischio. Un'indagine della corrispondenza tra letteratura e dati clinici di un'ASL del Piemonte.

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7 associati a iperattività o disattenzione differiscono da quelli con un disturbo della condotta “puro” per il fatto che i loro problemi sono più gravi e inclini a persistere ed è, inoltre, più probabile la presenza di deficit neuropsicologici (Hill, 2003). L‟autore cita uno studio nel quale è stato riscontrato che i bambini con un disturbo da deficit dell‟attenzione-iperattività abbiano alte probabilità di presentare, una volta adulti, una combinazione di insensibilità, fascino superficiale e comportamento antisociale che è risultata caratterizzare un sottogruppo di soggetti adulti con un disturbo antisociale di personalità (Hill, 2003). Altri studi ancora suggeriscono che i bambini con un disturbo antisociale che mostrano insensibilità e assenza di emotività differiscono dagli altri bambini con un disturbo antisociale in quanto hanno apparentemente meno deficit verbali e provengono da famiglie che non sono caratterizzate da comportamenti genitoriali disfunzionali, solitamente riscontrati nei disturbi della condotta (Hill, 2003). Hill (2003) riporta i dati di una ricerca nella quale è stata postulata l‟esistenza di tre diversi patterns del disturbo antisociale dell‟infanzia che, a loro volta, avrebbero esito in tre diverse tipologie di manifestazioni comportamentali: una modalità “overt”, caratterizzata da bullismo, seguito da atteggiamenti di lotta fino ad arrivare a più seri atti di violenza; una modalità “covert”, che si esprime inizialmente attraverso atti quali il mentire e il rubare e continua sino ad un più serio comportamento di danneggiamento della proprietà altrui; una modalità di “conflitto con le autorità”, in cui prevalgono comportamenti oppositivi e devianti (Hill, 2003). Un‟ulteriore distinzione, è poi quella tra comportamenti antisociali “reattivi” e comportamenti antisociali “proattivi”: i primi, specifica Hill, seguirebbero come risposta a minacce, effettive o percepite, provenienti dagli altri, mentre i secondi sarebbero iniziati dal soggetto a prescindere da qualsiasi, reale o supposta, provocazione (Hill, 2003). L‟azione di tipo reattivo sarebbe, quindi, messa in atto sulla base di ritorsioni rabbiose, in opposizione alla fredda, non provocata, calcolata, aggressione proattiva. Dalle ricerche dell‟autore risulta, inoltre, che, paragonati ai bambini con manifestazioni aggressive proattive, i bambini reattivi mostrino più probabilità di essere stati fisicamente abusati e abbiano, in aggiunta, un passato caratterizzato da scarse relazioni con i pari, aggressività con esordio precoce e sintomi di deficit di attenzione e iperattività (Hill, 2003).
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Informazioni tesi

  Autore: Anna Allocca
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Psicologia
  Relatore: Franco Freilone
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 217

FAQ

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Parole chiave

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aggressività infantile
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disturbi del comportamento
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