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L'abbandono universitario: una indagine su un campione di studenti di Scienze Politiche

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7 “E’ possibile ipotizzare l’esistenza di un “grado di compatibilità dell’abbandono con alcune regole di funzionamento del sistema universitario ante-riforma. Alcune caratteristiche strutturali, come le modalità di finanziamento… avrebbero contribuito a limitare l’attenzione su un fenomeno dalle dimensioni rilevanti, rendendolo tollerabile – e quasi desiderabile nel corso del tempo” (Ceccacci 2008). La vocazione elitaria dell’università italiana permane nonostante la legge del 1969, che in soli due articoli liberalizza l’accesso in funzione dei curricula. La legge è la risultante del clima politico, ma chi la saluta come una vittoria pecca di ingenuità. Le discrasie endemiche al sistema universitario rimangono tutte, a partire dalla realtà che ogni laurea non è uguale all’altra, bensì ha peso specifico diverso, in funzione sia della natura intrinseca che dell’ateneo dove è stata conseguita. Non c’è parità tra Medicina e Scienze Politiche; così come tra una Laurea in Medicina conseguita nell’ateneo A e un’altra discussa nell’ateneo B. Risulta per questo di maggior appeal, per chi può permetterselo, l’università più difficile, quella più dura e ostica, ma che a fronte dell’applicazione di una sorta di codice interno originale, consente una investitura meglio spendibile in ambito lavorativo e sociale. Il dato da evidenziare, nell’ambito più stretto del nostro discorso, sta però nel fatto che le università migliori (le più difficili) sono quelle che hanno il più basso tasso di produttività, ovvero il più alto tasso di drop out. Non è una iperbole a questo punto equiparare quella impropria funzione selettiva al drop out, e comprendere come alla base della selezione universitaria permanessero anche cause legate alla stratificazione sociale esistente a monte dei cambiamenti dell’epoca. 1.6 - Nuove prospettive di valutazione Sarà la riforma del “3+2” ad introdurre una nuova prospettiva nella valutazione dell’abbandono, equiparandolo a “indicatore di inefficacia e inefficienza del sistema universitario” (Ceccacci 2008). La maggior parte dei fondi che afferiscono alle università sono statali, e fino a prima della riforma venivano erogati in base al dimensionamento delle strutture didattiche, e alle capacità contrattuali e politiche di ogni singolo ateneo. Di fatto il fenomeno dell’abbandono faceva gioco ad un sistema, dove il lievitare del numero degli iscritti era funzionale ad un incremento delle risorse a disposizione senza nessuna valutazione sulla produttività e di conseguenza sull’efficienza didattica. Già prima della riforma del 1999, con la legge n. 537 del 24 dicembre 1993, veniva introdotto un nuovo modello di riferimento per l’erogazione delle risorse agli atenei, obbligandoli a prendere in considerazione il drop-out come fenomeno negativo e da contrastare. Di fatto i finanziamenti fanno capo a tre grandi macro-aree di spesa o fondi: -fondo per il finanziamento ordinario (Ffo); -fondo per l’edilizia universitaria e la grande attrezzatura scientifica; -fondo per la programmazione dello sviluppo del sistema universitario (L. 537\1993).
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L'abbandono universitario: una indagine su un campione di studenti di Scienze Politiche

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Informazioni tesi

  Autore: Mario De Pasquale
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Sociologia
  Relatore: Roberto Cartocci
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 58

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