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La Jugoslavia dal 1941 al 2000: tra esodi, scontri etnici e movimenti di popolazione

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13 direttive emanate dal generale bisognava rispondere alla guerriglia comunista secondo i principi «di testa per dente», di responsabilità collettiva e di correità familiare, attuando pesanti quanto inefficaci rappresaglie contro i familiari dei partigiani 41 . Le autorità militari italiane intesero allora la guerra contro i «ribelli» come azione di massacro e di epurazione della popolazione civile. Nei resoconti delle operazioni belliche ci si vantava di aver eliminato un gran numero di pericolosi comunisti ma in realtà le cifre si riferivano agli inermi civili 42 . Le truppe italiane e le milizie fasciste devastarono, incendiarono e rastrellarono sistematicamente interi villaggi e città (Lubiana, Novo Mesto) e deportarono in massa la popolazione civile presente nelle zone delle operazioni belliche. Ad esempio, il villaggio di Podhum, vicino Fiume, fu raso al suolo il 12 luglio 1942 dal tremendo incendio appiccato come rappresaglia all’attentato partigiano in cui erano rimasti uccisi il maestro elementare e sua moglie; «108 uomini vennero fucilati sul posto, le 185 famiglie del paese (circa 800 persone) furono deportate» 43 . Su tutto il territorio della provincia di Lubiana e in Dalmazia, le amministrazioni civile e militare italiane costituirono, tra la fine del 1941 e per tutto il 1942, numerosi campi di concentramento, di transito e di internamento della popolazione civile: Kraljevica, Bakar, Osljak, Fiume, Lopud, Kupari, Murter, Korica, Brac, Hvar, Plasko e Lubiana. I piø importanti campi di concentramento si ebbero ad Arbe (Rab), a Melada (Molat) e nel complesso di Mamula-Prevlaka per il quadrante Adriatico meridionale. Su tutto il territorio italiano furono costituiti campi di internamento per la popolazione slava, i piø importanti dei quali erano situati a Gonars e a Visco nella Venezia Giulia, Monigo e Chiesanuova in Veneto, Renicci d’Anghiari in Toscana; 16 campi di lavoro forzato in miniera furono stabiliti in Sardegna 44 . In essi furono trasferiti migliaia di sloveni, croati ma anche zingari ed ebrei nonchØ interi nuclei familiari, vecchi, donne e bambini. Le pessime condizioni igienico-sanitarie (pidocchi, freddo ed epidemie di tifo) e le scarse razioni alimentari («gravi segni di inanizione da fame» veniva riferito nei rapporti medici ai comandi militari del tutto indifferenti e tranquillizzati dalla equivalenza «individuo malato uguale individuo che ci lascia in pace») 45 , falcidiarono la popolazione dei campi italiani. Il campo di Rab, aperto nel luglio del 1942 e chiuso l’11 settembre 1943, alle dipendenze del violento comandante V. Ciauli, ospitò circa 15000 internati; si calcola che per le pessime condizioni di vita nel campo morirono tra le 1500 e le 2500 persone 46 . Nella Dalmazia annessa gli italiani confinarono parte della popolazione ebraica di Spalato sull’isola di Korč ula. In città fu dapprima introdotta la legislazione 41 Circolare 3 C del 1 marzo 1942 (ripubblicata il 1 dicembre 1942) del generale M. Roatta, comandante della II Armata Slovenia e Dalmazia (Supersloda) in www.criminidiguerra.it/DocumentiE. 42 P. MORAČ A, I crimini commessi da occupanti e collaborazionisti cit., pp. 538-44. 43 A. BUVOLI, Il fascismo nella Venezia Giulia cit., p. 19. 44 P. MORAČ A, I crimini commessi da occupanti e collaborazionisti cit., pp. 550-1; www.storiaXXIsecolo.it 45 Appunto a mano del 17 dicembre 1942 del generale G. Gambara, comandante dell’XI Corpo d’Armata, in risposta al rapporto del 15-12-1942 dell’Alto Commissariato per la provincia di Lubiana sulle condizioni degli internati di Rab in www.criminidiguerra.it/DocumentiE. 46 www.storiaXXIsecolo.it; www.criminidiguerra.it.
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La Jugoslavia dal 1941 al 2000: tra esodi, scontri etnici e movimenti di popolazione

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Informazioni tesi

  Autore: Pasquale Diroma
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Firenze
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Storia
  Relatore: Renato Risaliti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 153

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