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La Direttiva 2007/36/CE: un provvedimento contro l'apatia razionale dei mercati europei. Attuazione in Italia e in Francia.

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Capitolo I : L'apatia razionale, tra legge e mercato 9 che dovrebbero essere messi nelle migliori condizioni possibili per esercitare i loro diritti, considerando che questi si riflettono nel prezzo pagato per l'acquisto delle azioni 12 . La protezione degli investitori assume nella cultura giuridica europea una notevole rilevanza, dato che la possibilità di estromettere le minoranze dal controllo sono ingenti 13 . La materia dei diritti degli azionisti vive 12 Sulla struttura del capitale di rischio prendiamo atto che il rapporto di conflitto tra azionisti e managers come descritto da Berle e Means è il risultato dell'enorme dispersione del capitale nelle società di diritto statunitense (che sconosce forme organizzative del capitale nominale), e che tale insiste tutt'oggi al centro delle misure legislative in materia di corporate governance. L'Europa, di contro, consta di molte meno società a capitale largamente diffuso prevalendo la figura dell'azionista dominante che detiene il controllo delle azioni con diritto di voto, spesso contando, come accade in Italia, di strutture piramidali. Da ciò consegue che i soci dominanti sono incentivati a controllare l'attività degli amministratori ma dall'altro lato la concentrazione del capitale con diritto di voto può portare considerevoli problemi, poiché l'interesse al controllo coinvolge le minoranze azionarie. "Non si può negare che, mentre nelle società di persone il rapporto tra qualità di socio e potere di amministrare è diretto e di immedesimazione, nelle società di capitali invece tale rapporto è indiretto e di separazione. Indiretto, perché tra socio ed amministratore si interpone il diaframma dell'assemblea che nomina i preposti agli uffici amministrativi; di separazione, perché assemblea ed amministratori sono due organi distinti e separati, ancorché caratterizzati dalla derivazione dei preposti al secondo della scelta operata dal primo; scelta che si attua secondo un rapporto che è appunto di proporzionalità tra rischio (e, quindi, conferimento) e potere di gestione (o meglio, potere di incidere sulla gestione, tramite la scelta di coloro che vi sono preposti)." Cfr. SCHIUMA L., Controllo, governo e partecipazione al capitale, p. 169 ss. 13 Negli anni, se non ormai nei secoli, si sono sviluppate importanti teorie sulla natura economica e giuridica delle società per azioni. La ricerca affrontata da Berle e Means rivela la situazione delle società per azioni statunitensi tra i secoli XIX e XX, con il passaggio alla società definita moderna dagli stessi dalla joint stock company (società anonima, cosi definita in quanto le azioni non erano nominative. Tale definizione si riferisce alle società per azioni e in molti paesi, per lo più francofoni, è rimasta tale. Durante il tempo delle compagnie coloniale si caratterizzavano per un limite del rischio da parte degli investitori e di una separazione patrimoniale che erano esclusivo frutto di un privilegio concesso dal sovrano. Sono le codificazioni napoleoniche nel XIX secolo a introdurre la moderna traduzione di società anonima segnata da un autonomia patrimoniale ormai perfetta). La radice della loro teoria è la convinzione che nelle società con capitale largamente diffuso si innesti un meccanismo di separazione tra la gestione del capitale investito, l'attività economica nella società e la partecipazione al rischio d'impresa. Su tali premesse il diritto societario dovrebbe perseguire gli interessi dei propri azionisti e massimizzare il valore di mercato delle azioni. Inoltre ricordiamo che la società, come noto dall'esperienza americana, sviluppatasi negli anni Settanta su una prospettiva economica del diritto, è un nexus of contracts in cui molteplici sono gli interessi che alimentano la sua attività e che creano non pochi problemi cosiddetti di agency. In base a questa teoria i plurimi e plurilaterali rapporti che interessano la società, a prescindere che trovino la loro causa in un contratto formale, si muovono verso il fine ultimo di accrescere il benessere aggregato di tutti gli stakeholders. Interessi di tutti gli stakeholders che sono potenzialmente in conflitto per cui è necessario il mantenimento di comportamenti consoni al rapporto principal-agent; scopo problematico e non semplice nell'ottica della teoria dell'agenzia continuando a vedere gli azionisti non come i proprietari della società, bensì come proprietari del solo capitale finanziario, di cui la società si serve come base per fronteggiare le incerte e possibili differenze negative tra entrate e spese. Accentrando principalmente la politica gestionale sulla massimizzazione del profitto degli azionisti si traccerebbe la migliore strada per realizzare l'obiettivo più ampio della promozione del guadagno comune. Si è più propensi a trattare con una società che garantisca dei risultati e, di contro, i suoi soci hanno l'interesse a operazioni vantaggiose per loro stessi e per tutte le altre parti. Cfr. ENRIQUES L.,
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Informazioni tesi

  Autore: Massimo Cimo
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Roma Tor Vergata
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Mario Stella Richter
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 258

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