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La motivazione come leva strategica dopo una riorganizzazione aziendale

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11 spettatori con bollettini allarmanti di aziende che chiudono con gli operai incatenati alle cancellate che fanno occupazione o sfilano in cortei (www.istat.it). Le note difficoltà italiane di Fiat, Termini Imerese chiuderà definitivamente entro fine anno, mentre a Pomigliano i lavoratori sono in cassa integrazione da oltre diciotto mesi, le problematiche di Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), in cui 400 ricercatori rischiano di non vedersi rinnovare i contratti o di Alcoa che sta valutando la chiusura e 2000 lavoratori rimarrebbero senza lavoro, fanno capire che ben poco si sta salvando in questo marasma economico (www.milanofinanza.it). Pure il settore alimentare, benché in Italia riesca a reggere molto meglio che in altri paesi, ha subito pesantissimi attacchi. Dalle sofisticazioni che hanno fatto crollare la fiducia dei consumatori alle evidenti restrizioni economiche in cui essi versano, le organizzazioni si sono dovute ridimensionare di fronte a questo nuovo mercato. Colossi come Mars, anche nel suolo nazionale hanno dovuto riadattarsi, facendolo con dei tagli dolorosi al personale ed alla struttura, ma riuscendo a mantenere un buon livello di motivazione del proprio organico. L’uso della comunicazione ad ogni livello e l’applicazione di un management di tipo partecipativo hanno fatto addirittura risaltare l’azienda nelle classifiche delle migliori organizzazioni dove lavorare (www.greatplacetowork.com). Tornando al tema dell’attuale crisi economica: le piccole o medie industrie, i vari distretti industriali né tantomeno la grande industria sembrano reggere questa ondata che sta sommergendo il mondo intero. Il Censis, il Centro Studi Investimenti Sociali, nel suo 43° Rapporto sulla situazione sociale del Paese ha dichiarato che “nel corso del 2009 il sistema manifatturiero italiano ha registrato una flessione di più del 10% della produzione, del 24% delle esportazioni, dell’1% nel numero di imprese”. La causa, forse, non va ricercata solo nella grave crisi economica in cui versano praticamente tutti i paesi industrializzati, probabilmente il declino italiano è iniziata negli anni ‘70, quando i grandi complessi industriali dell’epoca hanno virato sulla svalutazione della lira anziché sulla ricerca e l’innovazione. Lentamente, quelli che erano dei veri e propri colossi come Olivetti (nel mondo dell’informatica), Montedison (parlando della chimica), o Italsider (per la siderurgia) sono scomparsi. L’azienda produttrice di automobili di bandiera: la Fiat, sta pesantemente ridimensionando la sua presenza sul nostro territorio. Come ultime vestigia dell’antico impero economico rimangono solo Eni, Enel e Telecom, che sono comunque di origine pubblica. Secondo alcuni economisti le Pmi ed i vari distretti industriali sono troppo piccoli, per altri sono troppo grandi, secondo alcuni non hanno le risorse sufficienti, per altri ne hanno fin troppe, ma sono mal gestite. Qual che è certo è che in questa situazione la formazione ne risente, e lo stesso dicasi della ricerca.
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La motivazione come leva strategica dopo una riorganizzazione aziendale

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Informazioni tesi

  Autore: Massimo Soccol
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
  Facoltà: Scienza della Comunicazione e dell'Economia
  Corso: Comunicazione e Marketing
  Relatore: Annachiara Scapolan
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 93

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