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Erudizione e religione. Angelo Maria Querini e il respiro dell'Europa

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5 Introduzione. Tra esperienza individuale e coscienza collettiva Chi si interessi di storia, come ricordava in una ben nota riflessione Marc Bloch, ha un unico e reale oggetto a cui volgere la propria attenzione: l’uomo, anzi, gli uomini. Dietro ad ogni paesaggio, ad ogni scritto, ad ogni istituzione vi sono sempre e costantemente gli uomini, e nient’altro, se non essi, lo storico ha il dovere di ricercare e di comprendere per capire – o tentare di farlo – la realtà che ci circonda e che proprio gli uomini hanno costruito e continuano a costruire 1 . Così può succedere che, dopo aver frequentato per lungo tempo un luogo o un’istituzione, sorga la curiosità di sapere quale sia la sua origine, chi, insomma, l’abbia fondata, e per quale ragione. Questo studio trova le proprie radici in una simile considerazione, in relazione a quella che fu, e rimane, una delle prime biblioteche pubbliche d’Italia: la biblioteca Queriniana di Brescia, che deve il proprio nome al vescovo della città per quasi tre decenni (1727-1755), cardinale e prefetto della biblioteca Vaticana, Angelo Maria Querini, che la inaugurò nel 1750. La figura di Querini non è certo sconosciuta. Esiste indubbiamente un divario tra gli studiosi e coloro che non si occupano delle discipline storico-letterarie. Nelle menti dei suoi concittadini, ad esempio, quello del porporato, un tempo così noto, non rappresenta oggi che un nome, capace sì di rievocare delle immagini della Brescia settecentesca – come quella del Duomo nuovo, la cui cupola azzurra domina tuttora la città – ma che rimane pur sempre un nome fra tanti. Alle orecchie degli specialisti, al contrario, il nome di Querini è facilmente associato ad una o più idee-forza che, ricollegandolo al contesto ecclesiastico ed erudito dell’inizio-metà del XVIII secolo, lo rendono personaggio vivo e concreto. Eppure, per quanto ciò sia vero, la fisionomia di Querini corrisponde – se volessimo utilizzare una metafora letteraria – più ad una persona, ovvero ad una maschera, piuttosto che ad un personaggio a tutto tondo. Ogni qual volta ad un ricercatore contemporaneo, anche solo per caso, capiti di incontrare la figura del prefetto della Vaticana, la strada che gli viene offerta è una ed una sola: ricorrere allo stereotipo, riprendere i clichés utilizzati dalle generazioni che l’hanno preceduto, denunciando al contempo la lacuna esistente, la mancanza di uno studio moderno che confermi o smentisca quel – poco – che la ricerca storiografica ha finora posto in luce. 1 «È da gran tempo, invero, che i nostri “maggiori”, un Michelet, un Fustel de Coulanges, ce l’hanno detto: l’oggetto della storia è, per natura, l’uomo. O ancora più esattamente: gli uomini. Meglio del singolare, modo grammaticale dell’astrazione, a una scienza del reale conviene il plurale, che è il modo della diversità. Dietro i tratti concreti del paesaggio, dietro gli scritti che sembrano più freddi, dietro le istituzioni in apparenza più distaccate da coloro che le hanno create e le fanno vivere, sono gli uomini che la storia vuol afferrare. Colui che non si spinge fin qui, non sarà mai altro, nel migliore dei casi, che un manovale dell’erudizione. Il buono storico, invece, somiglia all’orco della fiaba. Egli sa che là dove fiuta carne umana, là è la sua preda» (M. BLOCH, Apologie pour l’histoire, ou Metier d’historien, Paris, Armand Colin, 1949, ed. it., Apologia della storia, o Mestiere di storico, trad. di G. Gouthier, Torino, Einaudi, 1998, p. 184).
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Erudizione e religione. Angelo Maria Querini e il respiro dell'Europa

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Informazioni tesi

  Autore: Davide Busi
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Storia e documentazione storica
  Relatore: Silvia Maria Pizzetti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 514

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