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La superbia in Dante: intimo conflitto tra desiderio di gloria e consapevolezza della sua vanità

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  ~ 10 ~    In conclusione, Aristotele ritiene che il magnanimo, in quanto degno delle cose più grandi, dovrà essere anche "l'uomo più perfetto" e, quindi, virtuoso e buono. Lo stesso Dante ha riflettuto attentamente sulla natura della magnanimità, concetto ben familiare per lui, ed è giunto alla definizione di virtù moderatrice e acquistatrice de’ grandi onori e fama, 2 intesa come una delle undici virtù morali diversamente da diversi filosofi […] distinte e numerate. Nella Firenze del secondo Duecento, si incontravano la tradizione arabo-latina del testo aristotelico, alla quale faceva capo la versione di Taddeo Alderotto, per tramite di questo il sesto libro del Tesoro di Brunetto Latini 3 e la tradizione greco – latina del testo commentato da Tommaso. Taddeo e Brunetto divulgarono con le loro versioni il compendio della Nicomachea, in cui il carattere della magnanimità è presentato sotto una luce particolare e da cui deriva il famoso giudizio negativo di Dante sulla versione. Nella definizione infatti, che Taddeo traduce in questo modo: “Magnanimo si è colui che è acconcio a grandissimi fatti e rallegrasi e gode di fare grandi cose”, appare sottolineato il carattere attivo del magnanimo. Da qui la confusione tra magnanimità e magnificenza che spesso regna tra i seguaci delle concezioni cavalleresche – cortesi: Boccaccio ad esempio, vede negli spiriti magni “gli spiriti di coloro li quali nella presente vita furono di grande animo e furono nelle loro operazioni magnifichi”. 4 Dante invece, si trovò a riflettere attentamente sul concetto aristotelico – come dimostrano la definizione nel Convivio (I, XI, 18 e ss.) e un passo del De Vulgari Eloquentia (II, VII, 2) – e giunse a distinguere nettamente la magnanimità dalla magnificenza. In ogni caso rimase fermo sul carattere attivistico che la tradizione araba aveva conferito alla magnanimità e che era stato confermato dalle glosse di Tommaso: sotto questa luce, gli spiriti magni del testo dantesco vanno intesi come magnanimi nel senso aristotelico, cioè dotati della virtù della magnanimità così come Dante la intendeva. Seguendo le glosse di Tommaso, si può dire che essere degni d’onore significa mirare al massimo nelle varie virtù, specialmente al massimo in sapienza, fortezza, temperanza e giustizia.                                                                                                                                                                                                       1 Cfr. Aristoteles, Etica nicomachea cit., IV. 2 Cfr. Convivio, IV, XVII, 5. 3 Cfr. C. Marchesi, Il compendio volgare dell’Etica Nich. e le fonti del VI libro del Trésor, in “Giornale storico della letteratura italiana”, XLII, (1903), pp. 1-74; ID., L’Etica Nicomachea nella tradizione latina medievale, Messina, 1904, App., pp. XLI-LXXXVI. 4 Cfr. G. Boccaccio, Esposizioni sopra la “Comedia” di Dante, a cura di Giorgio Padoan, in Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, a cura di Vittore Branca, vol. VI, Milano, Mondadori, 1965.
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La superbia in Dante: intimo conflitto tra desiderio di gloria e consapevolezza della sua vanità

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Informazioni tesi

  Autore: Sabrina Toppan
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi Ca' Foscari di Venezia
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Aldo Maria Costantini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 175

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Parole chiave

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superbia
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