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La superbia in Dante: intimo conflitto tra desiderio di gloria e consapevolezza della sua vanità

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  ~ 8 ~    2.2 La superbia 1 nella mentalità medievale Tommaso nella Summa theologiae definisce la superbia come “amore disordinato della propria eccellenza”, ossia tutto ciò che innalza la propria persona e che viene ricercato appunto in vista di mettere in rilievo, attribuire fregio a se stessi. Gregorio Magno e Tommaso pongono la superbia non tra i vizi capitali, ma al di sopra di essi, madre e regina di tutti i vizi in quanto, sebbene non tutti i peccati siano di superbia, l’orgoglio può condurre a qualsiasi colpa. In particolare, dalla superbia derivano presunzione, ambizione, vanagloria ed essa conduce a durezza e intransigenza verso gli altri. Si tratta di un vizio antisociale e sta all’origine di gran parte dei conflitti tra gli uomini, che li spinge ad usare una misura diversa per sé e per gli altri. È un vizio, insomma, che spinge all’esagerata stima della propria persona e delle proprie capacità (reali o presunte), correlata ad un atteggiamento esteriore di “superiorità” e disprezzo verso gli altri, considerati sempre inferiori. Per Tommaso è “un’interna tumefazione della mente” i cui effetti principali sono: considerare assai le proprie perfezioni reali e apparenti e a dissimulare i difetti; persuadersi di avere una perfezione superiore a quella che realmente si possiede; attribuire non a Dio, ma a se stessi i doni posseduti, sia naturali che soprannaturali; grande stima della propria perfezione e compiacimento in essa; aspirazione a grandi cose, svincolo alla soggezione di chiunque stimandosi più perfetti di tutti; aspirazione alle dignità e agli onori come dovuti a sé, a preferenza di tutti gli altri; dolore, ira e lamenti quando non si riesce a conseguirli; rifiuto di soggezione ai superiori, di cui il superbo si stima più prudente e i cui ordini (almeno nel proprio interno) disprezza; talvolta ribellione a Dio stesso, quasi che di lui non si abbia bisogno – massimo atto di superbia, peccato mortale. Agostino, infine, definisce la superbia come “desiderio di altezza perversa” e descrive la natura dialettica di un vizio che mentre spinge verso l’alto, precipita verso il basso: lo smodato desiderio di innalzamento provoca la più rovinosa delle cadute in quanto, aspirare ad un’eccellenza che si pone in conflitto con la volontà di Dio e l’ordine da lui stabilito, ne sovverte i parametri morali. Nella teologia cattolica, la superbia è considerata il più grave dei peccati capitali in quanto consiste in una considerazione talmente alta di se stessi al punto da stimarsi come principio e fine del proprio essere, disconoscendo così la propria natura di creatura di Dio e offendendo quindi il Creatore.                                                               1 Per la spiegazione del lemma superbia si veda F. FORTI, superbia e superbi, “voce” dell’Enciclopedia Dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana fondata da G. Treccani, Roma, 1970 ss., vol. V, pp. 484-487 e bibliografia ivi citata.
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La superbia in Dante: intimo conflitto tra desiderio di gloria e consapevolezza della sua vanità

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Informazioni tesi

  Autore: Sabrina Toppan
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi Ca' Foscari di Venezia
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Aldo Maria Costantini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 175

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Parole chiave

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