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Il reinserimento lavorativo dei soggetti in stato di disagio sociale

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8 Questo studio, illustrando in un quadro unitario le opportunità occupazionali che a vario titolo si presentano ai soggetti che si trovano in situazione di disagio, o, più in generale appartenenti alle quote deboli, punta ad evidenziare come, grazie all’estrema varietà degli interventi realizzabili, non sia mai ipotizzabile a priori un’esclusione definitiva dal mercato del lavoro. Per i soggetti che presentino scarse capacità lavorative residue, è necessario sviluppare un diverso approccio, che ne permetta un utile inserimento attraverso corsi di formazione, riqualificazione, stages in azienda. Anche in un periodo di forte crisi dello stato sociale è possibile garantire uno sbocco occupazionale alle categorie più deboli. Le periodiche rilevazioni dell’OCDE - Organisation de Coopération et de Developpement Economique - rivelano infatti che, contrariamente a quanto si crede, l’Italia spende per le politiche del lavoro meno di tutti gli altri paesi europei, Portogallo e Grecia esclusi 2 . Gli studi dell’OCDE presentano una vastissima rassegna di ricerche locali condotte in diversi paesi (Italia esclusa), sulle principali misure di politica attiva: dai servizi per l’impiego ai programmi di formazione per lavoratori disoccupati o “a rischio”, dagli interventi a favore dei giovani svantaggiati o disoccupati agli incentivi all’assunzione, dall’aiuto a “mettersi in proprio” ai programmi di lavori pubblici. Seguendo come criterio di valutazione la condizione occupazionale e retributiva di chi è stato coinvolto nelle suddette politiche attive, l’effetto risulta nel complesso positivo, ma, in alcuni casi, appare praticamente nullo. In generale ciò sembra dipendere dal modo in cui il programma è stato concepito: i risultati migliori sono associati a misure “mirate”, attuate cioè per rispondere a bisogni di persone o gruppi particolari; al contrario i risultati peggiori sono associati a misure “ad ampio spettro”, senza precisi destinatari, le quali concorrono infatti ad escludere, o comunque a penalizzare, le fasce più deboli tra la popolazione con problemi occupazionali. A volte questi 2 OCDE, “Labour Force Statics 1971-1991”, Paris, 1993; OCDE, “Employment outlook”, Paris, 1994. Dalla seconda metà degli anni ’80 ai primi anni ’90 l’intera spesa pubblica per queste politiche è cresciuta dal 1,5% all’1,8% del Pil, ma nel contempo la media europea è salita dal 2,6% al 3%. Secondo E.REYNERI, Sociologia del mercato del lavoro, Bologna, 1996, pag. 382, “questa ridotta distanza può dare un’impressione fuorviante del reale stato di arretratezza italiano, poiché le spese per le politiche attive sono concentrate nell’apprendistato, mentre poco o nulla si spende per le misure più innovative, dalla formazione continua alla promozione dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro, al sostegno delle fasce deboli”.
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Il reinserimento lavorativo dei soggetti in stato di disagio sociale

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Informazioni tesi

  Autore: Enrico Comunelli
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1996-97
  Università: Università degli studi di Genova
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia e Commercio
  Relatore: Mariavittoria Ballestrero
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 208

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