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La Costituzione del 3 maggio 1791. Evoluzione e rivoluzione in Polonia alla fine del XVIII secolo.

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10 del parlamentarismo polacco se non fosse stato affiancato dalla pratica del liberum veto: ogni nunzio aveva la possibilità, o meglio il diritto, di pronunciare il proprio parere contrario sulle questioni dibattute eliminando così ogni possibilità di votazione unanime; l’assemblea a quel punto dichiarava chiusi i lavori e si ritirava, annullando anche tutte le deliberazioni precedenti alla votazione nella quale era stato espresso il veto. Di fatto ogni nunzio era in grado di ostacolare, in base alle “istruzioni” del suo Sejmik d’elezione, i lavori assembleari. Per secoli i nobili polacchi si ostinarono nel vedere in questa pratica un esempio illuminante del concetto di libertà, poiché che ogni Nunzio poteva ribellarsi all’autorità schiacciante della maggioranza e far valere la propria singola posizione vanificando tutto il precedente lavoro dell’assemblea. Questa złota wolność, “libertà dorata” come i nobili la definivano, era il simbolo paradossale del sistema politico e istituzionale della Repubblica: i nobili, storici paladini nella battaglia contro il re tiranno, potevano far valere le loro opinioni con la massima libertà ed ostacolare i piani assolutistici del sovrano e della corte. Se questa visione che la szlachta aveva di sé poteva aver avuto un qualche fondamento ai tempi della dinastia dei Piast, già risultava meno realistica durante il periodo degli Jagełłoni ed ancor meno alla metà del XVIII secolo, dopo due secoli di elezione parlamentare del sovrano. D’altro canto le mire assolutistiche dei re polacchi non esistevano soltanto nelle fantasie della classe nobiliare: non era insensato per il sovrano aspirare ad un rafforzamento del proprio potere esecutivo e ad un maggiore accentramento amministrativo in uno Stato che era più vasto della Francia ma controllato da “liberi” signori feudali storicamente avversi alla corona 14 . Come sarebbe stato possibile riformare la Rzeczpospolita nei settori che più le facevano difetto, l’immobilismo politico, la gestione dell’esercito e la stabilità istituzionale se non tramite radicali cambiamenti imposti dall’alto? Non era possibile avviare forzatamente uno sviluppo industriale e manifatturiero in uno Stato dove non esisteva neanche una Tesoreria centrale unica, ma due indipendenti per la Corona e per il Granducato. Il controllo nobiliare nelle province (che comprendeva il diritto di vita e di morte dei contadini) garantiva una sorta di continuità amministrativa: nel periodo che intercorreva fra la morte di un sovrano e l’incoronazione del successivo le poche leggi che il Sejm era riuscito ad approvare a sovrano regnante venivano automaticamente sospese, lasciando ai nobili locali tutta la discrezione se rispettarle o meno. Il Regno di Polonia ed il Granducato di Lituania, sebbene formalmente uniti nell’istituzione della Corona, rimanevano autonomi per quanto riguarda la gestione degli affari economici e dell’esercito: le due entità infatti mantennero 14 Per un approfondimento sul rapporto fra il sovrano e la nobiltà, cfr. AAVV, The Polish-Lithuanian Monarchy in European Context, c.1500-1795, a cura di Richard Butterwick, New York, Palgrave, 2001, pp.132-149.
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La Costituzione del 3 maggio 1791. Evoluzione e rivoluzione in Polonia alla fine del XVIII secolo.

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Informazioni tesi

  Autore: Jacopo Bencini
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Firenze
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Studi Internazionali
  Relatore: Sandra Cavallucci
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 106

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