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Ambiente, eccentricità e nuovi spazi antropologici

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11 moltiplicazione degli ambiti di studio sui vari aspetti biologici, psicologici e sociologici dell'uo- mo, indubbiamente validi, avevano favorito un atteggiamento empirico che aveva però smarrito il senso complessivo e l'unità dell'uomo. In un contesto culturale problematico, l'antropologia fi- losofica s’incaricò di fondare una riflessione profonda sul senso dei risultati scientifici acquisi- ti 11 . Gli esponenti dell'antropologia filosofica, per quanto accomunati dalla stessa volontà di prendere in considerazione gli sviluppi e i progressi scientifici 12 , offrirono diversi punti di vista. Plessner sembrerebbe che, rispetto a Max Scheler e Arnnold Gehlen, si sia sempre posto l'inter- rogativo della specifica relazionalità tra filosofia, scienza e antropologia. Ė importante capire i punti distintivi tra una riflessione filosofica sull'uomo in generale, da una risposta che invece può ricavare l'antropologia filosofica 13 . Innanzitutto, l'uomo ha una storia, crea la sua storia e ciò ci informa e ci fa comprendere la sua natura 14 . L'antropologia per Plessner è in grado di riformulare 11 A proposito dell'antropologia filosofica è stato osservato: «Irretita tra mito e retorica umanistica e loro decostruzione, tra estrema generalizzazione ed estrema dispersione fattuale, tra sottrazione e sovraccarico di connotati e determinazio- ni, la cosa umana era diventata l'idolo polemico della tarda modernità. L'età degli uomini faceva i conti con se stessa. La comparsa dell'antropologia filosofica agli inizi del Novecento è parte rilevante di questa resa dei conti, di questa viru- lenta auto-problematizzazione. Le sue definizioni dell'uomo sono negative (l'essere eccentrico, non stabilizzato, carente, che "può dire no"), atte piø a sottolinearne l'indefinibilità, l'incompiutezza, il carattere di deinotatos, che a conferirgli una qualche identità salda e riconoscibile. Perfino l'ancoraggio vitale vacilla, si complica; nella natura, anche in essa, che ha del resto smarrito confini ed identità, l'uomo si aggira come uno straniero. Da questo punto di vista, dunque, la comparsa dell'antropologia è solo uno dei sintomi piø netti della Kulturkrise di quegli anni. Mentre dal centro dell'evo moderno Kant poteva ricondurre le domande fondamentali della filosofia - che cosa posso sapere, che cosa devo fare, che cosa posso sperare - alla domanda "che cosa è l'uomo?", dove erano le prime a indicare senso e direzione di quest'ultima, il "negativismo", le “in definizioni” dell'antropologia novecentesca segnalavano non semplicemente l'ac- cresciuta difficoltà a rispondere, ma l'irreperibilità di un criterio per cercare risposta, cioè per dare senso e direzione alla stessa domanda» (A. BORSARI, M. RUSSO (a cura di), Helmuth Plessner. Corporeità, natura e storia nell'antropolo- gia filosofica, Rubbettino, Soveria Mannelli 2005, pp. 7-8). 12 Per un approfondimento delle caratteristiche comuni dei vari rappresentanti dell'antropologia filosofica tedesca del Novecento rimando a: V. RASINI, L'essere umano. Percorsi dell'antropologia filosofica contemporanea, Carocci, Ro- ma 2008. 13 A proposito è stato notato come: «L'elemento filosofico non viene visto solo nella capacità di unificazione e raccordo delle varie conoscenze e dei vari aspetti dell'uomo, ma nel cercare di capire e nel mantenere desto il perchØ di una simi- le ricerca di unità, senza ricorrere a cardini metafisici, nØ tanto meno al mito di un'originaria purezza e pienezza che poi sarebbe decaduta e che potrebbe o dovrebbe ritornare alla fine della storia. I principi plessneriani della "domanda aper- ta", del "congiuntivo categorico", di "insondabilità" e di "eccentricità", oltre a rappresentare chiavi di lettura dei feno- meni umani, sono un pó lo specchio dell'interrogazione filosofica [...]. Quei principi, in altri termini, non vanno presi tanto alla stregua di teoremi (l'animale carente, simbolico, tecnico, creatore ecc.) che spiegano perchØ l'uomo si compor- ta in certi modi, quanto come indicatori ermeneutici che mostrano il senso del nostro spiegare, cercare, creare, agire, ciò che in essi ne va» (A. BORSARI, M. RUSSO (a cura di), Helmuth Plessner. Corporeità, natura e storia nell'antropolo- gia filosofica, Rubbettino, Soveria Mannelli 2005, p. 11). 14 «La nostra attenzione non va rivolta esclusivamente a quello che egli prevalentemente è, ma piuttosto a quello che può e deve essere, cioè va considerata non solo l'immutabilità della sua costituzione biologica, ma ancora la situazione storica nella quale è inserito, e dunque le risposte che fornisce e che, in un certo modo, delineano ulteriormente la sua natura. Dire che l'uomo è un essere storico significa disancorarlo dalla certezza della propria fondatezza per immetterlo nel flusso del divenire. La storia non è semplicemente lo spazio in cui mi conosco, ma anche lo spazio in cui divento quello che divento, in cui realizzo un modo di essere. L'antropologia filosofica non può esimersi, quindi, dal considerare
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Ambiente, eccentricità e nuovi spazi antropologici

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Informazioni tesi

  Autore: Daniele Varrella
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Salerno
  Facoltà: Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: marco Russo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 98

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