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Il non-detto di Heidegger

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L’obiettivo heideggeriano è quello di dimostrare il carattere secondario e derivato della teoria rispetto alla dimensione della fatticità, e di come sia proprio il piano originario pre-razionale a fondare la possibilità dell’esserci di vivere in-relazione al mondo come con-testo costantemente gravido di significatività, aspetto, questo, rilevabile nell’ambito di discussione aperto dal Sofista platonico. Il nucleo tematico fondamentale del dialogo si concentra sulla definizione dell’essere nella dimensione della relazione tra i generi sommi (essere, identico, diverso, quiete e moto) cui sottostanno tutte le idee, l’essere del mondo soprasensibile. L’obiettivo intrinseco del dialogo è cercare una definizione calzante di essere che “morda” la realtà. A questo proposito la δύναµις si candida come caratteristica migliore per rispecchiare l’essere che d’ora in poi verrà inteso come tutto ciò che ha capacità di agire e di patire; l’essere non è da considerarsi come una pura immobilità eterna che sovrasta il mondo sensibile e non subisce alcuna contaminazione da parte di esso. L’essere, in quanto capacità, è relazione mossa dalla diversità, è comunione dei generi sommi e capacità di relazione (δύναµις κοινωνίας) possibile solo in virtù dell’ἕτερον (la relazione dell’ἑτερότης). L’alterità può definirsi solo in base ad una diversificazione da qualcos’altro: infatti l’altro è definito tale sempre e solo come “altro-da”. Il polo semantico della relazione è caratterizzante la speculazione heideggeriana fin dagli esordi; il filosofo tedesco vede questa tematica dispiegarsi perfettamente nel Sofista, per cui riesce a creare un parallelismo tra la strutturazione intenzionale e relazionale dell’essere esplicantesi nel λόγος apofantico, il quale porge ad Heidegger l’occasione di dimostrare la dimensione veritativa della parola come un Sehen lassen, cioè un lasciar essere il manifestarsi autonomo delle cose (o forse anche un’abbandonarsi alle cose affinché si mostrino da sé così come esse sono veramente), e l’assetto relazionale del Dasein, in quanto esser-ci (quel -ci che indica la δύναµις come capacità di entrare nella relazione, di essere relazione essa stessa) come esser-nel-mondo nella modalità dell’esistenza. Quest’ultima si regge su un’ossatura relazionale di commercio col mondo che parte dalla dimensione pratica della vita, tratto che Heidegger rileva ed evidenzia nei suoi studi su Platone e su Aristotele, fermo restando la domanda originaria sull’essere. Heidegger ribadisce anche come la speculazione non verta sulla necessità di fondare la teoria, bensì sul palesare come l’approccio di tipo teoretico, il raziocinio dell’evento dell’esistenza interamente legalizzato da qualche principio a priori, ricopra una posizione secondaria nell’accesso autentico alla dimensione fattuale dell’esistenza stessa. E’ proprio lo sganciamento dalla pretesa di giungere alle leggi universali logico-scientifiche, le quali regolano il funzionamento della situazione effettiva della vita umana sempre situata spazio-temporalmente, che rappresenta l’anima dei primi corsi universitari di Heidegger a partire dagli anni ’20. 10
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Il non-detto di Heidegger

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Informazioni tesi

  Autore: Hélène Sanchez
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Franco Trabattoni
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 150

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