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Partecipazione, cittadinanza attiva e nuovi modelli di governance. Uno studio di caso nell’area genovese

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16 suscitare, creando disaffezione nei cittadini. Ciò in quanto le risorse percepite mediante l’imposizione fiscale hanno raggiunto un tetto insuperabile, che risulta comunque insufficiente a coprire le spese, donde il fenomeno dell’indebitamento pubblico [Habermas 1975; Offe 1982; O’Connor 1977]. Tutto ciò comportò un ripensamento organizzativo caratterizzato dalla trasformazione del ruolo delle amministrazioni pubbliche, che le costrinse ad abbandonare una tradizionale vocazione alle attività di servizio per passare ad assolvere al nuovo ruolo di costruttrici di politiche condivise, nell’ambito delle quali la prestazione dei servizi può essere assolta, in ottica di sussidiarietà tanto orizzontale quanto verticale, da altre realtà pubbliche e soprattutto private. Si tratta di un’idea già portata avanti da Ostrom [cit. in Regonini 2001, 220-221], secondo il quale a determinare il carattere pubblico di un problema non è il fatto che per la produzione di ciò che serve a risolverlo ci si affidi al settore pubblico anziché al mercato. A conferire natura pubblica ad una questione sarebbe piuttosto il fatto che i cittadini considerino le proprie strategie interdipendenti le une dalle altre, così da divenire vantaggioso per tutti il coordinamento, indipendentemente dallo status pubblico o privato dei soggetti cui ci si rivolge per l’implementazione. Una tale impostazione porta ad abbandonare quella che Norberto Bobbio [cit. in Basilica 2006, xiii] definiva la “grande dicotomia”, con due categorie che si escludono a vicenda, per considerare pubblico e privato come due diverse forme di coordinamento che possono intersecarsi in una gamma pressoché infinita di combinazioni. In questa direzione non esiste solo la possibilità della privatizzazione in senso stretto, nella quale si riconducono al regime di diritto privato interi segmenti di attività nella prospettiva della loro restituzione alle dinamiche di mercato. L’altro versante dello “snellimento” pubblico risiede nelle esternalizzazioni, consistenti nell’utilizzo di energie e risorse del privato (tanto for profit che non profit) per l’assolvimento di compiti che restano, tuttavia, di competenza delle amministrazioni pubbliche. È chiaro che tale istituto non è certo nato con l’obiettivo di fondare una governance condivisa, ma solo con quello di risparmiare risorse pubbliche in ottica neoliberista. È tuttavia attraverso tale passaggio che si crea il primo passo del percorso verso un’amministrazione aperta, relazionale e condivisa, dove le esternalizzazioni non sono che un primo strumento per cercare nuove forme di collaborazione che attraverso effetti imprevisti possono anche sviluppare rapporti più profondi con i soggetti della società civile. Strumento nato dalla ricerca di vantaggi organizzativi, ma che in molti casi ha portato con la sua evoluzione ad un mutamento culturale che ha permesso all’amministrazione di strutturarsi a rete, coinvolgendo e stringendo legami più profondi con l’ambiente in cui è inserita, appropriandosi di nuove conoscenze e know how “sociali”. Tale strategia rispondeva alla necessità di far fronte ai vincoli legati alla presenza di strutture eccessivamente complesse, che rallentavano la capacità di adattamento alle trasformazioni della società. La decisione di trasferire all’esterno parte dei processi
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Partecipazione, cittadinanza attiva e nuovi modelli di governance. Uno studio di caso nell’area genovese

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Informazioni tesi

  Autore: Valerio Lastrico
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Sociologia
  Relatore: Maurizio Ambrosini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 263

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