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Partecipazione, cittadinanza attiva e nuovi modelli di governance. Uno studio di caso nell’area genovese

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11 amministrazioni, per rispondere adeguatamente a bisogni sempre più diversificati che l’attore pubblico arroccato su se stesso farebbe fatica a riconoscere. Per di più, tutto ciò è avvenuto in una condizione di risorse scarse, nella quale da due decenni gli appelli al contenimento della spesa pubblica hanno portato all’abbandono del vecchio welfare state keynesiano, in favore di forme più leggere nelle quali anche il settore privato contribuisce all’erogazione di servizi di pubblica utilità. Si nota quindi come sia sempre più raro che una scelta pubblica non implichi il coinvolgimento di diversi attori, istituzionali e non, soprattutto quando ci si trova di fronte alla nuova generazione di politiche integrate, le quali mirano ad affrontare simultaneamente diverse facce di un problema che un tempo sarebbero state gestite separatamente. Le amministrazioni devono infatti fare i conti sempre più frequentemente con due ordini di questioni strettamente connesse: da un lato la complessità e l’interdipendenza dei problemi, dall’altro la pluralità dei soggetti che hanno qualche voce in capitolo sulla materia del contendere. Seguendo i precetti del modello razionale, le due questioni andrebbero considerate separatamente: la prima suddividendo funzionalmente i vari problemi secondo una logica di iper-specializzazione; la seconda disegnando istituzioni unitarie e isolate dagli interessi privati. In realtà sembra che, quanto più i temi sono complessi, tanto maggiore è il numero di gruppi virtualmente coinvolti, e viceversa l’ingresso di nuovi attori introduce ulteriori dimensioni all’analisi. Accade dunque sempre più di frequente di trovarsi di fronte a politiche pubbliche che non possono essere messe in atto senza un’attiva partecipazione dei destinatari o di altri soggetti, e nelle quali, quindi, una netta separazione tra i decisori e i riceventi rischia di essere del tutto inefficace. Capita sempre più spesso che un sindaco o un assessore, trovandosi di fronte a una questione complessa, decida di convocare i soggetti interessati, di avviare le trattative per un accordo di programma, di riunire diversi partner, di coinvolgere le associazioni che operano in un quartiere o anche i comuni cittadini che vi risiedono [Bobbio 2004a]. Aumentano così i casi in cui le amministrazioni «agiscono come parti di un contratto piuttosto che come “decisori unici”. Alcune scelte pubbliche, che un tempo venivano compiute unilateralmente (sulla base di criteri legali o tecnico- scientifici), ora sono rimesse a un negoziato condotto in forma bi- o pluri-laterale» [Bobbio 2000, 111; 2006a]. In questi casi il processo messo in atto viene da più parti definito inclusivo, nonostante i limiti di tale termine che si vedranno più avanti, perché esso cerca, appunto, di includere un certo numero (più o meno ampio) di soggetti interessati a quel problema e di farli partecipare alle scelte. La forma di cui intendo occuparmi qui è quella che più pare allontanarsi dal modello tradizionale di governo urbano, vale a dire quella galassia di trasformazioni che vanno ora sotto il nome di democrazia partecipativa, ora di deliberazione, e che hanno visto una vera e propria esplosione negli ultimi anni. Insieme ad essa, e prima di arrivare ad essa, hanno aperto la
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Informazioni tesi

  Autore: Valerio Lastrico
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Sociologia
  Relatore: Maurizio Ambrosini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 263

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