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La crisi del sistema bancario-finanziario giapponese e le sue interrelazioni col sistema monetario internazionale

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7 periodo. Le amministrazioni pubbliche hanno goduto di un attivo di bilancio ma il disavanzo statale, anche se modesto, è stato maggiore del previsto, contribuendo moderatamente alla crescita. I profitti delle imprese sono diminuiti, rimanendo sempre ad alti livelli, anche se per alcuni beni (vedi automobili) le vendite ristagnavano già da due anni. Il mercato del lavoro2 si è deteriorato, determinando un calo nella fiducia dei consumatori, nonostante gli aumenti salariali moderati e l’aumento dell’occupazione totale (diversamente da altri paesi industrializzati). Le spinte inflazionistiche sono state meno intense, così da determinare un basso tasso d’inflazione anticipato e un aumento dei prezzi al consumo inferiore al 3%3. L’inflazione è rimasta in calo anche per tutto il 1992, alla fine del quale l’indebolimento accentuatosi nel ‘91 è diventato vera recessione. Le principali determinanti della recessione si possono ritrovare: 1) nel boom dei prezzi delle attività nella seconda metà degli anni ‘80, che ha determinato: prima un aumento negli investimenti fissi delle imprese, nell’edilizia abitativa e nella spesa in beni di consumo durevoli; poi, a seguito della loro diminuzione, la fase negativa dei cicli d’aggiustamento degli stock di beni e, nel ‘91, una contrazione nel settore delle costruzioni residenziali e negli acquisti di nuove auto, nonché una diminuzione nel tasso 2 Il mercato del lavoro giapponese ha caratteristiche particolari che lo distinguono da quelli degli altri paesi industrializzati. Dalla seconda guerra mondiale ha mantenuto uno dei tassi di disoccupazione più bassi a livello globale, che ha oscillato tra il 1965 e il 1995 tra il 2 e il 3%. Questo mercato è riuscito ad imporre alle imprese un sistema estremamente rigido, in cui il settore societario si deve adattare ai cambiamenti economici senza licenziare o mandare in cassa integrazione i propri impiegati. Così, quando le imprese hanno dovuto tagliare costi, non hanno diminuito i loro posti di lavoro, bensì hanno ridotto i salari o aspettato che i numeri dello staff diminuissero per attrito naturale. Questa era anche la via più semplice con la quale operare, visto che i salari giapponesi includono un bonus flessibile dato due volte l’anno, facile da ridurre. Inoltre molte società hanno impiegato manodopera femminile giovane in lavori servili, sapendo che li avrebbero lasciati una volta sposate. Proprio le donne si pensava avessero meno diritti lavorativi; i salari erano rigidi, poco legati al rendimento; i lavoratori temporanei erano poco protetti; ogni lavoratore che perdeva il proprio lavoro si trovava di fronte ad un sistema di sicurezza sociale debole (il sussidio di disoccupazione è versato per un periodo massimo di nove mesi). I lavoratori giapponesi hanno da sempre accettato tali condizioni perché in cambio era in vigore il sistema del “lavoro a vita”, in base al quale anche andando in pensione si continua a lavorare, in genere in filiali più piccole della società madre, facendo sì che una volta entrati in una società non se ne esca più.
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La crisi del sistema bancario-finanziario giapponese e le sue interrelazioni col sistema monetario internazionale

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Informazioni tesi

  Autore: Francesca Careddu
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1998-99
  Università: Università degli studi di Genova
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia e Commercio
  Relatore: Luciano Vandone
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 170

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Parole chiave

mercati finanziari
economia internazionale
crisi finanziarie
economia giapponese
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