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Il capitalismo italiano del secondo dopoguerra: persistenze e mutazioni

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17 nuove strade, l’estensione delle linee telegrafiche passò da 9860 a 21437 km e le ferrovie raggiunsero i 7686 km, dai 1829 che erano in esercizio al momento dell’unificazione. All’accresciuta lunghezza della rete non si accompagnò un corrispondente aumento dei volumi di traffico: diminuì così il prodotto chilometrico lordo ed il pubblico erario fu costretto a sborsare alle società private ragguardevoli sussidi in denaro. L’industria della seta si sviluppò grazie alle esportazioni in Francia e in Inghilterra; i comparti laniero e cotoniero riuscirono faticosamente a crescere: ne sono indicatori i dati relativi alle importazioni della materia prima, che tendevano al rialzo e corrispondevano ad un’accresciuta dotazione di macchinario. Più desolante il quadro offerto dall’industria siderurgica e meccanica: la produzione di ferro e di acciaio era limitata e l’arretratezza dei metodi di lavorazione impiegati rendeva i prodotti italiani assai costosi, cosicché il mercato interno fu invaso da merci importate ben più convenienti; il settore meccanico scontò il basso livello dei consumi e la debolezza della domanda di beni di investimento. In queste condizioni l’occasione offerta dalla costruzione della rete ferroviaria non venne colta dal comparto metalmeccanico: locomotive, vagoni e rotaie arrivarono dall’estero e solo in una quota modesta furono forniti dalle imprese nazionali. Si trattò dunque dell’avvio di un processo di industrializzazione, capillare ma limitato per la esiguità delle risorse disponibili nel sistema economico e per la ristrettezza del mercato interno: spesso il basso livello dei redditi pro capite consentiva appena di soddisfare i bisogni primari. Condizione indispensabile per la sopravvivenza di queste realtà produttive era lo sfruttamento di una manodopera a basso costo. Gli industriali, sebbene pochi e costretti ad operare in un contesto non certo favorevole, cominciarono a far sentire la propria voce, richiamando l’attenzione del Parlamento e richiedendo un maggior protezionismo: proprio le barriere doganali erano viste dagli ambienti industriali come
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Il capitalismo italiano del secondo dopoguerra: persistenze e mutazioni

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Informazioni tesi

  Autore: Federico Bartoli
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1999-00
  Università: Università degli studi di Genova
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia e Commercio
  Relatore: Giorgio Felloni
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 102

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Parole chiave

capitalismo
economia italiana

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