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Modello veneto e Terza Italia: un caso di insediamento calzaturiero nel territorio veronese (1954-1985)

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V imprese-rete, in cui poche aziende ripercorrono, nell'organizzare il lavoro delle aziende di fase, l'organizzazione gerarchica propria delle grandi imprese verticalmente integrate. Pertanto nel territorio veronese si insedia una lavorazione tipica delle aree terze, beneficiando di tutti i vantaggi propri delle economie esterne e delle caratteristiche ritrovate nel modello veneto (e cioè una stretta aderenza con il territorio agricolo che rende flessibile l'utilizzo della manodopera, una società che ha sviluppato un maggiore senso di identità ed una minore conflittualità e un buon grado di rappresentanza politica), ma che, se di decentramento si può parlare, questo è del tipo accentratore e gerarchico tipico dell'impresa-rete. E' vero però, che proprio il settore calzaturiero è uno di quelli più caratterizzati da un decentramento produttivo sui generis: il lavoro a domicilio. Di questo non si possiedono dati certi, ma possiamo tenere valido il dato della ricerca di Frigeni e Tousijn del 1974 che stima il lavoro a domicilio nella zona che si estende da Brescia a Venezia attorno all'11% del totale dei lavoratori coinvolti nel settore, sia in fabbrica che fuori ( 5 ). In sostanza, appare lecito affermare che il settore calzaturiero a Verona è il risultato dell'"occasionalità" e non di una cultura presente sul territorio. Tale "occasionalità", derivata da fattori contingenti come la forte espansione delle esportazioni negli anni '50 e la trasformazione della società agricola nella zona, ha permesso il rapido diffondersi del settore senza però che esso entrasse nella cultura locale e, quindi, senza dar vita ad un prodotto fortemente vissuto come proprio e di qualità medio-alta. Il confronto con altre realtà, come ad esempio la Riviera del Brenta, denota l'assenza nel veronese sia di un indotto tecnico, rappresentato da fabbriche di macchinari, che culturale, costituito da società specializzate nella modellistica e dalle scuole di design. E' stato quindi interessante cercare di capire se all'occasionalità che ha determinato l'insediamento in loco corrisponda un'occasionalità da parte della manodopera, che "usa" la fabbrica per determinati periodi, ma che esce presto da una produzione che non sente sua. Nel terzo capitolo l'indagine sul territorio, svolta analizzando i libri matricola di un'impresa calzaturiera di primaria importanza, il "Maria Pia" di Bussolengo, ci ha fornito una risposta sul modo di vivere la lavorazione da parte della manodopera. Il trovarci di fronte ad un'impresa che fin dai primi anni ha avuto una crescita dimensionale sostenuta tanto da raggiungere in soli sei anni i 150 addetti (nel 1960) arrivando nel 1976 a quota 712, ci ha portato a rivedere quanto ci si sarebbe aspettato da una lavorazione tradizionale in una zona di piccola 5 ) R.Frigeni-W.Tousijn, L'industria delle calzature in Italia, Bologna, Il Mulino, 1976, pp.77-248.
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Informazioni tesi

  Autore: Giovanni Benati
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1993-94
  Università: Università degli Studi di Verona
  Facoltà: Magistero
  Corso: Lettere moderne
  Relatore: Emilio Franzina
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 189

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