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Modello veneto e Terza Italia: un caso di insediamento calzaturiero nel territorio veronese (1954-1985)

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VI impresa. Nell'indagine si è trovata una conferma della "atipicità" del distretto veronese. Tale azienda, nata per cogliere l'occasione delle esportazioni degli anni Cinquanta, ha acquisito dei caratteri che divergono dal calzaturiero italiano, assomigliando piuttosto alla struttura del settore in Germania (che tra l'altro ha rappresentato uno dei suoi principali mercati). Non si può certo parlare, in questo caso, di piccola impresa ed anche il discorso sui distretti industriali pare vacillare, rimanendo essa un'impresa verticalmente integrata che non partecipa al fenomeno del decentramento produttivo. Sembrerebbe quindi che la zona di Bussolengo sia rivolta più che al Veneto, all'area lombarda come organizzazione ed alla Germania come mercato. Si deve anche tenere conto che spesso il mercato di sbocco del prodotto risulta determinante nel definire il tipo di lavorazione e, quindi, anche la struttura produttiva. Ovviamente questo non è sufficiente per giustificare il carattere del settore nella zona: bisogna anche considerare la disponibilità di manodopera a basso costo legata forme di economia agricola che permettono di accettare anche una retribuzione inferiore pur di rimanere sul posto. A lungo andare la storia del calzaturificio "Maria Pia", avendo impostato la lavorazione sulla grande dimensione e le grandi commesse estere, sembra dare ragione ai sostenitori del modello veneto e di quel "small is beautiful" imperante negli anni Settanta. La perdita di competitività e la crisi di tutto il settore ne hanno decretato la chiusura nel 1993, prima che fosse possibile attuare una ristrutturazione. Dalla storia complessiva dell'impresa si ricava l'impressione di una certa difficoltà a reperire la manodopera necessaria. Ciò è dimostrato anche dalle agevolazioni messe in atto tramite i mezzi di trasporto aziendale e dallo spostamento della produzione a Cavaion, una zona agricola all'epoca non ancora "rivalorizzata" industrialmente. A ben vedere infatti, si ricava l'idea, dal punto di vista della manodopera, di una certa riluttanza verso l'ingresso nella lavorazione. Dall'analisi della composizione della forza lavoro per sesso, età e domicilio si rileva la prevalenza del lavoro femminile, almeno fino agli anni'70, un'età media bassa, e il prevalere della manodopera proveniente da zone agricole. La bassa permanenza in fabbrica e l'alto turn-over, inoltre, portano a supporre un utilizzo di essa per brevi periodi, senza che si sviluppi una vera professionalità. Pare, quindi, che il calzaturiero nella zona non sia vissuto come un inserimento in un contesto culturale socialmente apprezzabile, ma piuttosto che al dato dell'"occasionalità" dell'insediamento corrisponda un'"occasionalità" operaia, che a suo modo utilizza l'opportunità rappresentata dalla fabbrica. In particolare, i lavoratori instabili (ossia quelli con permanenza inferiore all'anno) dimostrano come in certi periodi dell'anno la manodopera libera da lavori agricoli si presenti alla fabbrica per rimanervi per alcuni mesi. Si è quindi visto come la stagionalità propria di questo calzaturificio, discostandosi dalla stagionalità del settore, venga a coincidere con le esigenze agricole del territorio. Ancora una volta, come nel caso del reclutamento e del trasporto della manodopera, sembra di poter
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Modello veneto e Terza Italia: un caso di insediamento calzaturiero nel territorio veronese (1954-1985)

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Informazioni tesi

  Autore: Giovanni Benati
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1993-94
  Università: Università degli Studi di Verona
  Facoltà: Magistero
  Corso: Lettere moderne
  Relatore: Emilio Franzina
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 189

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