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La politica di cooperazione comunitaria negli Stati ACP: particolarità e limiti di un modello associativo.

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8 Cercare di misurare il reale margine di decisione e d’iniziativa della parte beneficiaria dell’assistenza nell’allocazione degli aiuti ricevuti e nella pianificazione del proprio percorso di crescita, diventa fondamentale dalla fine degli anni Settanta. Infatti, nonostante la pianificazione di nuove politiche di assistenza e il graduale approfondimento della collaborazione tra la CEE e le ONG ampliassero il patrimonio d’iniziative a disposizione degli Stati ACP, il problema dello sviluppo rimbalzava di decennio in decennio, senza alcuna risoluzione. Gradualmente, l’ottimismo degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta, che nutriva grandi speranze per l’affermazione di un modello di sviluppo universale, accessibile e progressivo, lascia il posto a numerosi punti interrogativi e a critiche sulle reali potenzialità operative dei paesi industrializzati nel rilanciare il percorso di crescita di un Terzo Mondo, che appare sempre di più alla mercé dei paesi sviluppati. Questa percezione viene enfatizzata dalla crisi del debito estero degli Stati sottosviluppati, che può essere considerato come uno spartiacque storico nella concezione dell’aiuto all’assistenza. Infatti, è in questo contesto che al principio degli anni Ottanta, il Fondo Monetario Internazionale e, in special modo, la Banca Mondiale assunsero un ruolo cruciale, rimettendo radicalmente in discussione le condizioni in base alle quali i donatori multilaterali, bilaterali e privati sarebbero stati disposti a concedere di nuovo denaro ai PVS. Tra questi attori finanziari internazionali si diffuse la convinzione che la risoluzione delle problematiche provocate dal debito contratto dai PVS, richiedesse una profonda riforma economica di stampo neoliberista, che avrebbe contribuito ad “aggiustare” le falle strutturali delle loro architetture economiche. Di conseguenza, BM e FMI insistettero affinché i paesi debitori si impegnassero ad attuare un pacchetto di riforme economiche, meglio noto come Programma di aggiustamento strutturale (PAS), come vincolo per l’accesso a nuove concessione di aiuti o prestiti. Nella seconda parte di questo studio ci soffermeremo a lungo sui contenuti, obiettivi e risultati raggiunti dalla politica di aggiustamento strutturale, per adesso ci interessa sottolineare come l’intervento delle istituzioni di Bretton Woods abbia inaugurato la stagione della “condizionalità dell’aiuto”, tradendo così le aspettative del Terzo Mondo per una cooperazione tra Stati sovrani solidale e libera da ogni forma di pressione esterna. Esaminare attentamente la natura della condizionalità economica imposta dalle istituzioni finanziarie internazionali diventa, quindi, un passo indispensabile per qualunque indagine che voglia analizzare l’evoluzione dell’approccio allo sviluppo del Terzo Mondo, eppure, in questo studio assume un valore maggiore poiché fornisce un ottimo mezzo di comparazione per misurare la reale forza rivoluzionaria del “paradigma di Lomé”. L’analisi della
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La politica di cooperazione comunitaria negli Stati ACP: particolarità e limiti di un modello associativo.

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Informazioni tesi

  Autore: Manuel Morini
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli Studi di Pisa
  Facoltà: Civiltà e Forme del Sapere
  Corso: Storia contemporanea
  Relatore: Alessandro Polsi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 205

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