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L'intervento in ambito penitenziario: una sfida per il terapeuta sistemico relazionale

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13 tratta degli ergastolani, di chi ha pene detentive lunghe, di chi fuori non ha più niente e nessuno. Allora appartenere ha un nuovo senso. Una volta ho incontrato Giulio, entra ed esce dal carcere da quando ha 16 anni. Ora di anni ne ha 44. Il mondo fuori esiste in funzione di quello dentro “qui mi sento a casa”. Contro questa appartenenza ho visto lottare per quasi 2 anni Massimo: ad ogni incontro sgorgano lacrime, si rifiuta di andare all’aria, dove si parla solo e sempre di delinquenza. Cerca in qualche modo di mantenere la sua identità di “fuori”. Ma nel frattempo la sua identità di persona “rispettabile” viene meno: il nome sui giornali, la vergogna che vieta di far sapere al figlio dove si trova. Ecco il dolore, la lacerazione. L’identità (Busso, 2004) passa attraverso la costruzione di valori, ruoli, proprietà. In carcere tutto questo viene meno, i valori cambiano, le proprietà sono congelate, il ruolo viene mutato. Ecco perché tanto valore si dà al possesso degli oggetti e come questo sia usato in maniera “punitiva” da parte delle istituzioni. Non tutti gli oggetti possono entrare in carcere (dalle cose più ovvie, come armi, droga, telefonini a quelle più impensate, come sughi, salumi). Un modo per ricordare che l’identità sta cambiando. Chiunque entra in una casa di reclusione si accorgerà in tempi brevissimi che il mondo in cui entra è fatto di riti, miti, regole esplicitate o meno. I cancelli che si chiudono, gli odori, i rumori, i codici comportamentali, le “classifiche” dei reati (alla top ten le rapine alle banche, gli spacciatori hanno la sufficienza, i reati a sfondo sessuale sono non in fondo alla gerarchia, ma anche posti in sezioni separate per evitare linciaggi, che comunque avvengono con la connivenza degli agenti di custodia). I termini svalorizzanti infantili come “domandina”, il modulo che il detenuto deve compilare per qualsiasi incontro voglio fare, lo “scopino” per indicare chi si occupa della pulizia, al contrario di quello che capita nella vita fuori, dove lo spazzino è stato valorizzato in operatore ecologico. E’ importante che chi opera in questo contesto complesso conosca le regole esplicite e quelle impliciti. Il carcere può e deve diventare un luogo di inclusione sociale e di vera riabilitazione sociale, dove il processo di costruzione di appartenenza diventa un processo di costruzione di senso e di cambiamento.
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L'intervento in ambito penitenziario: una sfida per il terapeuta sistemico relazionale

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Informazioni tesi

  Autore: Barbara Martini
  Tipo: Tesi di Specializzazione/Perfezionamento
Specializzazione in Psicoterapia sistemico relazionale
Anno: 2014
Docente/Relatore: Pasquale Busso
Istituito da: Centro Studi Eteropoiesi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 44

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