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Latino e italiano attraverso i secoli

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4 UNO SPIRITO MALEFICO FEMMINILE L’indoeuropeo *kàrpo doveva significare “frutto” (o forse erba). La parola greca karpòs indicava un frutto. Il latino herba continua invece un termine rurale prelatino. (Meillet). A volte, partendo da un nome, nasce un verbo. Sfiorare viene da fiore, lanciare da lancia, afferrare da ferro. E così un protolatino *càrpos (frutto) dovette dare carpĕre (strappare, staccare, prendere). L’italiano carpire continua carpĕre, con passaggio di coniugazione. In germanico, con un ulteriore processo di metonimia, abbiamo l’antico inglese haerfest (“raccolta”, e poi “raccolta d’autunno”), il medio-inglese herbist (“raccolta d’autunno”, e poi semplicemente “autunno”), e l’attuale inglese harvest, che torna a significare “raccolto”. (Il concetto di autunno scompare). Il tedesco herbst e il danese høst significano “autunno”. La voce latina pǐla (palla) cedette il posto al longobardo palla, forse per evitare l’omofonia con pīla (pila, pilastro, colonnetta). Da pǐla (o da pǐlus), abbiamo *piliare > pigliare. La terra lagrimosa diede vento Che balenò una luce vermiglia La qual mi vinse ciascun sentimento E caddi come l’uom che sonno piglia. Un indoeuropeo *dem / *dom diede domus (Meillet). Per dominus, Martinet postula “dom-en-o-s”, con la radice dom (casa), una particella di stato in luogo (en, cioè in), una vocale tematica di natura aggettivale (o), e infine la desinenza. (Palmer, invece, ricostruisce “dome-no-s”). Il latino galla (alga, erba acquatica) continua un termine prelatino, di origine oscura. (Meillet). Qui Domenico Silvestri guarda al lessico mediterraneo. (La nozione di indomediterraneo in linguistica storica, Macchiaroli editore). Da galla abbiamo galleggiare. (Migliorini). Un indoeuropeo *mori diede il latino mare, per indicare un’ampia distesa d’acqua. In germanico, invece, *mor fu ridotto al significato di lago o stagno. Poi un’altra radice (sea) si impone in quasi tutta l’area germanica, per indicare il mare. Il gotico marisaiws unisce le due radici. Il latino mare era neutro. In francese, mare (pozzanghera) è maschile, mer (mare) femminile. Forse il genere femminile di mer fu favorito da terra. (Meillet, Meyer-Lübke). Oggi, in germanico, la radice *mor designa piø che altro un lago o uno stagno. L’inglese mere, arcaico e provinciale, è attestato nel nome del lago Windermere. (Martinet). Un’altra voce indoeuropea era *mare (cavallo). I Latini abbandonarono questo termine, in favore di *equos > equus, forse per evitare l’omofonia con *mari > mare (distesa d’acqua). Dall’indoeuropeo *mare (cavallo), abbiamo il tedesco mahre (giumenta) e l’inglese mare (cavalla). Maresciallo e maniscalco sono prestiti franco-germanici di età medievale. L’inglese nightmare corrisponde al latino incubus. Queste due voci (nightmare e incubus) sembrano entrambe legate al fenomeno dell’apnea notturna. Ovviamente il nesso è solo semantico, in quanto le due voci sono diversissime. (“Incubare” voleva dire “giacere sopra”). Tentiamo una ricostruzione. Nell’Europa centrale (abitata dai Germani), in un’epoca in cui non c’erano centri urbani, ma c’erano invece estese pianure, un incubo ricorrente doveva essere quello di essere calpestati da un branco di cavalli selvaggi. E, dato che alle crisi di soffocamento notturno è associata la sensazione di essere oppressi o schiacciati, si ebbe nightmare. In inglese, nightmare è attestato (1290) per indicare “uno spirito malefico femminile, che affligge chi dorme con un senso di soffocamento”. Il significato si evolverà in “any bad dream” (1829) e in “very distressing experience” (1831). Una eguale evoluzione semantica, verosimilmente, si ebbe per il latino incubus. (Presso i Romani, però, il demone era maschile). Il francese “cauchemar”, da un anteriore cauquemaire, cioè incubo, sembra un calco dal germanico. L’antico francese caucher è il latino calcare. Maire è il piccardo mare, affine all’olandese mare, che era un fantasma femminile (cioè la cavalla che schiaccia chi dorme). Il termine “cauchemar” ha origine in Piccardia. Altrove, invece, si immaginò che fosse una vecchia a opprimere il dormiente. Troviamo chaouche-vielio in Linguadoca, cauquevieille a Lione. Dal tedesco mahre (giumenta), si ha mahr (incubo). Di qui, il friulano more. In Istria, Paola Delton segnala “mora”, “pesarola” e “pesantola” (Dignano). Panzini riporta “pesarolo” (in Umbria).
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Latino e italiano attraverso i secoli

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Informazioni tesi

  Autore: Luigi Castronuovo
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Napoli - Federico II
  Facoltà: Lettere
  Corso: Lingue e culture moderne
  Relatore: Francesco Montuori
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 70

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