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'Contafole' e personaggi in ''Paese Perduto'' di Dino Coltro

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consentiva l’anno successivo di dare molto frutto. la farina che il contadino aveva pestata veniva riposta in un vaso che poi sarebbe stata usata il giorno dell’Epifania. Nella prima settimana dell’anno i contadini tagliavano i tralci all’uva di Sant’Anna la prima che nell’anno avrebbe cominciato a fare frutti. I tralci tagliati (‹‹cai››) venivano raccolti in una fascina e messi da parte. Era la sera dell’Epifania... tutti i contadini con la loro fascina e il vaso di farina si recavano in piazza dove il più grande proprietario terriero dava il via alla festa: ogni contadino appoggiava a terra la sua fascina e vi spargeva sopra la farina di grano, poi la raccoglieva e la portava al centro della piazza e la metteva assieme alle altre: ne veniva una catasta. Quindi colui che aveva più campi faceva un discorso sull’andamento dell’annata agricola, poi appiccava il fuoco alla catasta e tutti i contadini giravano attorno in allegria e cantavano : “Era, era, era panera, insieme a pan e vin e insieme canterem, era, era, era panera..” (Il contadino ci ha detto solo il ritornello perché era molto più lunga e non si ricordava le altre parole, si parlava però della mietitura). Quando poi il fuoco poco a poco si spegneva e non rimanevano che le ceneri, gli agricoltori ne raccoglievano una manciata e la portavano a casa nel vaso che avevano utilizzato per la farina. Il giorno successivo, dopo il pranzo con un bambino (il più piccolo della famiglia) che portava il segno della purezza, si recavano al campo da arare dove seppellivano le ceneri. Questo rito si svolgeva al pomeriggio, perché credevano che il Signore fosse più buono e rilassato e a questo chiedevano che mandasse un buon raccolto , la neve (si attenevano al proverbio: sotto la neve pane, sotto la pioggia fame) e che non mandasse la grandine. Agli inizi del novecento né donne né bambini potevano partecipare al rito nel giorno dell’Epifania, perché dicevano che erano profane e non capivano e credevano come loro alla verità e ai gesti che si compivano in questa festa. Poi in seguito furono accettate e anche loro presero parte al rito 20 . Dino Coltro, in L’altra cultura, fa notare che la ‘vecia’ innalzata sul rogo rappresenta la sterilità dell’inverno, la non fecondità, la strega intesa come forza malefica della natura. Quindi il rito sottende la lotta fra vita e morte, tra fecondità e sterilità ancestrale presente in tutte le religioni primitive. Nella festività del Panevin si scoprono i culti della rigenerazione. Ecco perché ho riportato tale documento che ritengo importante come chiave di lettura di tanta parte della cultura contadina che è poi la base, il substrato dal quale hanno origine le ‘fole’ e le leggende venete. Racconti narrati non da una persona qualsiasi ma dai cosiddetti ‘contafole’, chiamati anche ‘poeti’, che avevano il compito di tramandare la tradizione orale. 20 Il documento è stato presentato a un concorso della Coldiretti di Treviso e ha vinto il secondo premio. Ulteriori informazioni inerenti il rito del ‘panevin’ si possono rintracciare in EMANUELE BELLÒ, El panevin. Tradizioni popolari della marca trevigiana, Treviso, Celio Libri, 1994, pp. 19 e ss.
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Informazioni tesi

  Autore: Stefania Miotto
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1999-00
  Università: Università degli Studi Ca' Foscari di Venezia
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Ilaria Crotti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 270

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