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Percorsi della migrazione. Un'esperienza con la comunità nigeriana di Palermo

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3 pluriforme, “di frontiera” (Bastide, 1981), “nomade” (Nathan, 1996). Sarebbe dunque più corretto parlare di etnopsichiatrie, diverse quanto diverse sono le culture cui si appoggiano. Accostarsi all’approccio etnopsichiatrico significa, innanzi tutto, rilevarne le premesse epistemologiche: a questo proposito, Devereux 1 (1972), richiamando l’affermazione di Poincarè, secondo cui un fenomeno che ammette una spiegazione ne ammette un certo numero di altre, tutte ugualmente in grado di spiegare la natura del fenomeno, ci avverte che: “Nello studio dell’uomo è necessario, oltre che possibile, spiegare in altri modi, nel quadro di altri sistemi di riferimento, anche i comportamenti che hanno già trovato una spiegazione….è proprio la possibilità di spiegare esaurientemente un fenomeno umano almeno in due modi (complementari) a dimostrare da un lato, che il fenomeno in questione è spiegabile, dall’altro che ognuna delle spiegazioni è esauriente, e dunque valida, nel sistema di riferimento che le è proprio”. Si configura come fondante della disciplina, allora, la “metodologia del doppio discorso”. (Devereux, 1978) Porsi in un’ottica etnopsichiatrica permette di cogliere e valorizzare il ruolo della cultura nella formazione dell’identità individuale e nella definizione, condivisa da un determinato popolo, dei concetti di salute, malattia, cura. Ogni società, quindi, manifesta sia le proprie malattie sia il proprio, specifico, modus curandi: l’esperienza della malattia deve essere considerata un “luogo sociale”, una sorta di specchio delle condizioni culturali, ambientali, materiali espresse da una società. “La malattia - scrivono Augé e Herzlich (1986) - è un avvenimento sfortunato che esige un’interpretazione e che non è mai puramente individuale. Si tratta, infatti, di un’interpretazione collettiva condivisa dai membri di uno stesso gruppo sociale, ma si tratta anche di un’interpretazione che coinvolge la società e che parla del nostro rapporto con il sociale. La dimensione sociale della malattia, consiste allora nel fatto che essa funziona come significante, come supporto del senso del nostro rapporto con il sociale”. Premesso ciò, ed alla luce dei massicci flussi migratori dal Sud del mondo (che comporta la presenza ed il radicamento nell’ecologia umana dei paesi occidentali di popolazioni con diverse ed eterogenee identità culturali), si è reso ineludibile il ripensare il senso ed i metodi del sapere psicologico e psicoterapeutico. Per operare con questi soggetti in modo veramente scientifico bisogna ammettere che: “Nel momento in cui accoglie gli immigrati la nostra società guadagna in comprensione di sé stessa più di quanto perda in omogeneità. Gli psicopatologi devono ammettere che, accettando con serietà psichiatrie radicalmente differenti e dedicandosi a saggiarne le risorse tecniche, la nostra psichiatria diventerà più profonda e farà un passo avanti nella direzione di un’autentica scientificità” (Nathan, 1993). L’etnopsichiatria si configura, dunque, come uno strumento adeguato ad affrontare i molteplici problemi derivanti dai processi di acculturazione, senza provocare la catastrofe di una naturalizzazione 1 Cit. in O. Licciardello Gli strumenti psicosociali della ricerca e dell'intervento, Milano, F. Angeli 1994
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Percorsi della migrazione. Un'esperienza con la comunità nigeriana di Palermo

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Informazioni tesi

  Autore: Annalisa Vezzosi
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1998-99
  Università: Università degli Studi di Palermo
  Facoltà: Scienze della Formazione
  Corso: Psicologia
  Relatore: Gabriele Profita
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 70

FAQ

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