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3. L’AMBITO DI APPLICAZIONE DELLA LEGGE E IL DIRITTO ALLA RISERVATEZZA. 3.1 IL DIRITTO ALLA RISERVATEZZA NELL’ULTIMA PRONUNCIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE. Successivamente all’entrata in vigore della l.675/1996, la Corte di Cassazione si è pronunciata sul diritto alla riservatezza con la sentenza del 9.6.1998 n. 5658 64 , dopo 20 anni di silenzio. La sentenza prende spunto da una richiesta di risarcimento danni, a seguito dell’indicazione dei nomi dei protagonisti di una vicenda giudiziaria, sui titoli di testa di un programma televisivo 65 , per ripercorre il cammino giurisprudenziale verso la riservatezza ed arricchirlo di contenuti nuovi dopo più di trent’anni senza particolari innovazioni. Particolarmente interessante è proprio la completa e precisa collocazione sistematica che della riservatezza viene fatta. Infatti, come precisa anche la Corte, della sua esistenza ormai più nessuno dubita essendo “(…) la posizione giuridica soggettiva avente come suo primario contenuto la tutela della vita privata del soggetto ormai acquisita dalla elaborazione della giurisprudenza di merito e di legittimità (…)” 66 , tanto da poterla considerare ius receptum. Quando, invece, la Cassazione si trova a enunciare il fondamento normativo del diritto, la sentenza si fa innovativa, almeno in subjecta materia. Occorre, infatti, precisare che la ricostruzione che la Cassazione fa nel 1998 combacia alla perfezione con la sentenza n.978 del 1996 67 in tema di identità personale, della quale ricalca la logica del ragionamento. 64 Sentenza pubblicata in Diritto dell’informazione e dell’informatica, 1999, p.39 ss. 65 La vicenda è abbastanza complessa. Nell’ambito di un processo di separazione tra coniugi, la moglie, il 27 dicembre 1988, ottenne dal Pretore un decreto (pubblicato in Temi Romani, 1989, p.380 ss.) inaudita altera parte che vietava la messa in onda di un programma televisivo (art. 700 c.p.c.) avente ad oggetto il giudizio; il 5 gennaio 1989 nell’ambito dell’udienza di convalida, il Pretore emise due distinti provvedimenti: autorizzava, senza alcuna restrizione, le riprese (e quindi la successiva messa in onda) dell’udienza di convalida e revocava il decreto, autorizzando la trasmissione del programma televisivo relativo al giudizio di separazione, previa adozione di tutte le misure idonee ad assicurare l’anonimato dei protagonisti (provvedimento pubblicato in Diritto dell’informazione e dell’informatica, 1989, 496 ss.). L’azienda televisiva non mandò mai in onda le riprese del giudizio di separazione, bensì quelle effettuate nell’udienza del 5 gennaio, avente ad oggetto il conflitto tra diritto di cronaca e diritto alla riservatezza. Nei titoli di coda della trasmissione comparivano nomi della moglie e del figlio minorenne, e, per tale motivo, la donna ricorse in giudizio, lamentando la violazione del proprio diritto alla riservatezza e chiedendo una somma di L. 400 milioni a titolo di risarcimento danni. Ritenuta parzialmente vittoriosa in primo grado, la Corte di Appello rigettò definitivamente la domanda della donna, in quanto il provvedimento autorizzatorio del Pretore legittimava la trasmissione senza alcun tipo di limitazione. 66 Diritto dell’informazione e dell’informatica, 1999, p.41. 67 Foro Italiano, 1996, I, p.1260. Il diritto all’identità personale fu riconosciuto per la prima volta in Cassazione con la sentenza n.3769/1985 (“caso Veronesi”, Foro Italiano, 1985, I, p.2214 ss.) La Corte definì l’identità personale come “quel diritto a non vedersi all’esterno alterato, travisato, offuscato, contrastato il proprio patrimonio intellettuale politico, religioso, ideologico o professionale”.
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Informazioni tesi

  Autore: Serena Marzucchi
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2000-01
  Università: Università degli Studi di Siena
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Marco Comporti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 106

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