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La circolazione dei beni culturali nella Comunità europea

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delle sole norme interne a controllare e ad arginare il fenomeno 1 . Sebbene una valutazione in termini quantitativi risulti essere estremamente ardua, la dimensione del fenomeno di importazione- esportazione dei beni culturali artisti e storici è impressionante e sembra avere sostituito se non superato l’antica prassi del bottino di guerra 2 . Di fronte all’aumento della domanda di beni artistici e storici, visti come “beni rifugio” nei quali investire i risparmi, nonché al prestigio legato al possesso di opere d’arte e di oggetti antichi, si è constatata la progressiva organizzazione e specializzazione dell’offerta di tali beni, in violazione alle norme di salvaguardia. Un’autorevole dottrina sostiene peraltro che, “... gli oneri e le misure previste da tali norme sono tanto rigide quanto relativamente poco efficaci, sia a causa di una oggettiva difficoltà di applicazione delle stesse, sia a causa di croniche inefficienze o di estese aree di corruzione che caratterizzano taluni apparati burocratici ai quali sono affidate determinate funzioni di attuazione e di controllo in materia” 3 . Nell’ambito dell’illecito traffico 4 di beni culturali, sebbene non si possa fare una distinzione netta (come nel caso dell’Italia), generalmente si distinguono “Paesi esportatori”, situati nell’area mediterranea (Turchia, Egitto, Paesi del Medio Oriente, Grecia, Italia), nell’America centrale e meridionale (Messico, Guatemala, Colombia, Ecuador, Perù), in Asia (India Tailandia, Cambogia, Indonesia), in Africa e in Oceania, e “Paesi importatori”, corrispondenti ai Paesi dell’occidente 1 FRIGO, La circolazione internazionale dei beni culturali, Milano, Giuffrè Editore, 2001, pag. 3. 2 “committenti, esecutori e destinatari risultano spesso sconosciuti. Per gli stessi motivi può risultare spesso difficilmente accertabile la provenienza dei beni illecitamente trasferiti i quali - e ciò con particolare riferimento ai beni di valore archeologico - spesso non sono stati oggetto di alcuna classificazione o catalogazione nel Paese di origine, ovvero provengono addirittura dal saccheggio di siti archeologici ufficialmente sconosciuti o dei quali non sono state ancora iniziate le operazioni di scavo. Inoltre a partire dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale l’incremento dell’interesse verso i beni culturali ha conosciuto una crescita esponenziale da parte di collezionisti pubblici e privati”. Ivi, pag. 4. 3 Ivi, pag. 5; GRASSI I., La circolazione dei beni culturali nella Comunità europea, in MEZZETTI L., I beni culturali. Esigenze unitarie di tutela e pluralità di ordinamenti, Padova, CEDAM, pag. 10. 4 Sulla nozione di traffico (e quindi di trasferimento) illecito, Frigo sottolinea come essa “ricomprenda in realtà più di un’ipotesi il cui elemento comune, almeno dal punto di vista internazionale, consiste nell’espatrio del bene considerato in violazione di una o più norme del Paese di origine. Questa definizione, evidentemente generica e incompleta, mette in risalto la non coincidenza con la nozione di furto di opere d’arte da chiese, musei, collezioni pubbliche o private, ovvero dal saccheggio di siti archeologici il cui prodotto sia successivamente oggetto di transazioni economiche all’estero. La nozione in questione, infatti, trova ormai comunemente applicazione anche laddove non ricorra la fattispecie del reato di furto, ma l’operazione sia posta in essere dal legittimo proprietario, ovvero da altri con il consenso di quest’ultimo, in contrasto con le norme per solito nazionali che disciplinano l’esportazione”. FRIGO, La circolazione internazionale dei beni culturali, op. cit., pag. 3.
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Informazioni tesi

  Autore: Claudia Meneghin
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2001-02
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Lucia Serena Rossi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 168

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Parole chiave

beni culturali
unidroit
diritto internazionale
circolazione dei beni culturali

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