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La revisione

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L’analisi letterale della norma evidenzia una rilevante ampiezza della fattispecie, che consente al condannato di addurre non solo «fatti» ma anche «nuovi elementi di prova». La genericità della locuzione, che permette di abbracciare tutto ciò che si avvera successivamente al passaggio in giudicato della sentenza di condanna, senza frapporre alcun ostacolo al riconoscimento della verità, risulta, tuttavia, bilanciata dall’effetto che deve derivare dall’integrazione probatoria: «l’evidenza, cioè che distrugga l’oggettività del reato» 35 . La falsa testimonianza, infine, che nel codice previgente costituiva autonomo motivo di impugnazione, è prevista nella legislazione del ’13 come uno dei fenomeni in cui si può manifestare la frode o l’inganno alla giustizia. A norma dell’art. 538, n. 3 c.p.p., la revisione è, infatti, ammessa se la condanna «fu effetto di falsità in atti o in giudizio o di corruzione di giudice», che si verifica in ogni caso di frode giudiziale concernente documenti, periti, interpreti, giudice, nonché testimoni. La prova di tali circostanze può essere fornita in due modi: o si produce la sentenza irrevocabile di condanna (art. 542, 1° co. c.p.p.), ovvero, se l’azione per tali reati sia prescritta o altrimenti estinta, è sufficiente che i fatti addotti siano «verosimili e gravi», affinché la Corte di Cassazione assuma altre prove relative ai menzionati reati (art. 542, 2° co. c.p.p.). Al pari di quanto disposto dall’art. 538, n.2 c.p.p., il giudizio di revisione deve giungere anche in questo caso a dimostrare l’innocenza del condannato poiché questi non ha commesso il fatto, né vi ha concorso, ovvero perché il fatto non sussiste. 5. (segue): il procedimento. La legittimazione soggettiva è attribuita direttamente al condannato, o a un suo prossimo congiunto, ovvero al tutore e, in caso di “revisione a futura memoria”, all’erede o a un suo prossimo congiunto (art. 539, n.1 c.p.p.), nonché al procuratore generale «presso la Corte di Appello nel cui distretto fu pronunciata la condanna» e della Corte di Cassazione, mentre al Ministro della Giustizia è riconosciuto un semplice potere di sollecitazione (art. 539, n.2 c.p.p.). Secondo uno schema ormai collaudato nel codice previgente e riproposto in seguito nella codificazione del ’30, il procedimento di revisione si snoda in un preliminare giudizio 35 M. PINTO, op. cit., pag. 350.
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Informazioni tesi

  Autore: Alessio Matarazzi
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2001-02
  Università: Università degli Studi di Macerata
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Claudia Cesari
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 209

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