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Il museo postmoderno tra filosofia e pratica culturale

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15 Jameson descrive come l’artista possa pre-ordinare, in modi diversi, questo “spazio che verrà” confrontando le opere di Andy Warhol e quelle di Van Gogh, dove le prime rappresentano la completa inversione del gesto utopico delle seconde. I quadri del pittore olandese sono “un atto di compensazione che finisce per produrre tutto un nuovo regno utopico dei sensi, o almeno di quel supremo senso – la vista, il visuale, l’occhio – che ora è ricostruito per noi come uno spazio semiautonomo” 13 , separato dalla frammentata realtà della divisione del lavoro. Le scarpe della contadina, secondo la lettura che Heidegger ne dà in L’origine dell’opera d’arte (1936), racchiudono la silenziosa voce della terra, “è un oggetto che appartiene alla terra e che è protetto nel mondo della contadina”. L’opera d’arte rivela quella terra tramite la trasformazione di una forma di materialità, la terra e i suoi oggetti, in un’altra, la pittura ad olio. Con Diamond Dust Shoes di Andy Warhol viene meno questa materialità che permetteva il gesto ermeneutico di restituzione dell’oggetto “morto”, in quanto destituito dalla sua funzione di strumento, al più ampio orizzonte del suo vissuto. L’artista, emblema della Pop-Art, strappa la superficie esterna e colorata degli oggetti, contaminati già in partenza dalle lucide immagini della pubblicità, per rivelarne il substrato bianco e nero del negativo fotografico da cui derivano. Questa è una delle conseguenze della “società dell’immagine”: “quello che consideriamo il colore nel mondo esterno non è altro che un’informazione di un programma installato in qualche computer, che ritraduce i dati e li marca con un’appropriata tinta” 14 , come succede nei rifacimenti di Hollywood dei film in bianco e nero. Ora il colore reale è quello che si vede nelle fotografie, per questo molti edifici postmoderni, secondo Jameson, sembrano essere stati costruiti per venire fotografati. Giunge così a compimento il passaggio alle tavole patinate dei libri illustrati, che l’autore paragona anche allo scintillio dei CDs e della banda delle carte di credito. Se il mondo “minaccia di diventare una pelle lucida”, la rappresentazione dello spazio e quella del corpo diventano sempre più problematiche. Se di fronte alle statue dell’iperealista Duane Hanson si esita a capire se respirino o meno, allora la stessa esitazione “tende a tornare rispetto agli esseri viventi che si muovono intorno a te nel museo per trasformarli, anche solo per un istante, a loro volta in tanti simulacri 13 F. Jameson, Postmodernism or the Cultural Logic of the Late Capitalism, Duke University Press, Durham, 1993, p. 7 14 Ivi, p. 99

Anteprima della Tesi di Elisa Pasini

Anteprima della tesi: Il museo postmoderno tra filosofia e pratica culturale, Pagina 12

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Elisa Pasini Contatta »

Composta da 192 pagine.

 

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