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Il concetto di possibile in Leibniz

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8 Certo Aristotele, pur distinguendo l’immediatezza della conoscenza intellettiva presente nel noema dalla discorsività del giudizio, non risolve mai il darsi dell’oggetto nel porsi del concetto e per lui il rapporto autentico tra pensato e reale è sempre di adeguazione del primo al secondo. Ma anche se questa adeguazione non si riconduce entro l’atto che pone l’identità del noema, comunque quest’ultima è mantenuta al di fuori dell’alternativa di vero e di falso, ponentesi solamente con il suo sdoppiarsi in soggetto e predicato nel giudizio stesso: soltanto allora per Aristotele il pensato si confronta col reale e misura la propria verità rispetto a quello. Se l’identità del pensato in quanto tale non può non porsi che come coincidenza di soggetto e predicato, in un giudizio in cui questa corrispondenza non sia più totale e immediata essa può essere anche falsamente attribuita. A ogni affermazione si oppone allora la rispettiva negazione contraddittoria e viceversa, e l’enunciazione deve necessariamente confermare l’una o l’altra secondo il criterio della propria verità, che per Aristotele fondamentalmente è l’adeguazione al reale. La compresenza nell’enunciazione della affermazione e della negazione del medesimo predicato annullerebbe la significanza del dire che è strutturalmente esclusione di uno degli opposti predicabili, secondo il principio di non contraddizione ribadito infatti nel De Interpretatione 7 . Questo principio è a sua volta completato da quello del terzo escluso, secondo il quale non c’è un termine intermedio tra l’affermare e il negare, né tra il vero e il falso che sono l’esito della corrispondenza o meno tra l’affermare e il negare e il loro riferimento reale 8 . Qualsiasi giudizio deve dunque necessariamente rispondere al principio del terzo escluso, ma il noema che è incontraddittorio e logicamente sempre vero non si sottopone a esso, rimanendo estraneo all’alternativa di vero e di falso. Ciò vale anche nel caso in cui il noema venga negato da un giudizio che sancisca la sua non esistenza, poiché la stessa negazione riafferma, proprio per poterla negare, la medesima incontraddittoria identità riposta nel concetto negato, che rimane logicamente sempre vera anche se realmente negata. Questa affermazione implicita nella negazione rende del resto problematica l’adeguazione al reale come criterio di validità del giudizio, poiché essa fonda la propria verità su ciò che realmente non è, ma che intanto bisogna porre anche solo per negarlo. Se dunque l’alternativa di vero e di falso è implicita nel giudizio, essa non corrisponde sul piano ontologico alla dualità di essere e non essere, ma si traduce sul piano logico nella sua pensabilità rispetto alla coerenza interna al pensiero stesso. 7 De Interpr. 6, 16a 33-38. 8 Si veda Metaph. IV 7, 1011b 23-27.
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Il concetto di possibile in Leibniz

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Informazioni tesi

  Autore: Monica Di Giacinto
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1992-93
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Giovanni Romano Bacchin
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 157

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