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Politiche del lavoro e dimensione locale

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13 stabilizzarono il sistema assicurando “diversivi” per i guadagni produttivi del capitale. Il sistema si sfaldò perché è insito in un campo di incentivi generare a lungo termine comportamenti contrari alle sue stesse premesse. Esacerbati da parte delle aziende i principi tayloristi, attraverso la crescente meccanizzazione, la produzione computerizzata e fenomeni quali il subappalto del lavoro manuale nelle aree dove i salari sono più bassi, i lavoratori, le cui conoscenze e talenti erano già esclusi dai piani organizzativi delle società dove lavoravano, diventarono meno produttivi. La diminuzione del profitto comportò la diminuzione degli investimenti e, conseguentemente, la riduzione delle entrate fiscali del welfare state e l’aumento della disoccupazione. D’altro canto, la crescita dell’internazionalizzazione del commercio contribuì pesantemente a peggiorare la crisi. L’elevata competizione tra U.S.A., Europa e Giappone svalutò enormemente l’efficacia dei modelli di regolazione a livello nazionale del sistema di produzione. Nel mondo occidentale, i salari, che una volta intensificavano la domanda ed aiutavano la finanza del welfare state, soffrivano la pressione al ribasso. Nel 1980 gli U.S.A. di R. Reagan e l’Inghilterra di M. Thatcher cercarono di contenere la caduta economica attraverso la deregolamentazione sia dei mercati finanziari sia del lavoro. La produzione sarebbe stata stimolata, credevano, se lo Stato avrebbe permesso maggiore libertà nella gestione dei rapporti tra capitale e lavoro, tagliato il welfare state e ridotto i suoi interventi per regolare i rapporti di lavoro. Queste strategie ebbero successi effimeri, in quanto riducendo l’intervento dello Stato nell’economia la produzione risultò incrementata

Anteprima della Tesi di Alessia Micaela Fracchia

Anteprima della tesi: Politiche del lavoro e dimensione locale, Pagina 13

Tesi di Laurea

Facoltà: Scienze della Formazione

Autore: Alessia Micaela Fracchia Contatta »

Composta da 195 pagine.

 

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