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Forme di divismo nel cinema: gli attori, le star, il pubblico

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5 anche le emozioni che provavano i personaggi e a condividerle con loro. Con l’intensificarsi, intorno al 1910, dell’uso del primo piano, il gesto perse la forte valenza di unico mezzo comunicativo tra attore e pubblico, e lasciò il posto all’espressività del volto, ai movimenti impercettibili ma efficaci che questo riusciva a realizzare, contribuendo a “semplificare” in qualche modo il lavoro dell’attore. Secondo Richard Dyer è proprio l’uso del primo piano ad aver contribuito alla nascita del divismo, poiché non solo porta alla scoperta del volto umano in generale, ma “perché in grado di catturare l’unicità della persona di un attore” 6 . Per Dyer, esiste qualcosa di intrinseco al mezzo cinematografico che crea la star: la maggiore intimità della macchina da presa rispetto al palcoscenico, sebbene qui il pubblico si trovi fisicamente in presenza dell’attore. Mentre in teatro si dà più importanza al ruolo che si assume, al cinema dunque tutto ruota intorno all’attore, il quale tende a mettere in risalto sé stesso oltre al personaggio che interpreta. A tal proposito Morin sostiene invece una tesi diversa, poiché ritiene che al cinema vi sia una sorta di atrofizzazione della recitazione. Mentre infatti l’attore teatrale è solo sulla scena e deve gestirla, l’attore cinematografico è diretto, guidato durante le riprese e, di fatto, agevolato. Tutto questo automatizza il lavoro dell’interprete, lo atrofizza: non è più l’attore ad illuminare la situazione ma la situazione a dargli risalto. 7 Per Morin è il cinema che crea l’attore, e ce ne mostra l’inutilità ogni volta che un oggetto, antropomorfizzato, sostituisce efficacemente la sua presenza, ogni volta che è usata una 6 Cfr. R. Dyer, Stars, British Film Institute, London, 1979 [tr. it. Star, Kaplan, Torino, 2003, pp. 22-23]. 7 “Il cinema non si limita a deteatralizzare la recitazione: di fatto l’atrofizza. Mentre l’attore teatrale anche se la sua interpretazione è stata predeterminata durante le prove, in scena è praticamente abbandonato a se stesso, quello cinematografico viene continuamente diretto durante la ripresa di pose frammentarie e inconseguenti[…]. L’attore non ha bisogno di esprimere tutto; al limite sono le cose, l’azione, il film stesso a recitare per lui”. E. Morin, I divi, cit., pp. 144-148.
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Forme di divismo nel cinema: gli attori, le star, il pubblico

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Informazioni tesi

  Autore: Emanuela Pollice
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi Suor Orsola Benincasa - Napoli
  Facoltà: Scienze della Formazione
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Augusto Sainati
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 68

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