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Giovan Lorenzo Bernini e l'unità delle arti visive

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In realtà il problema dell’unità è sempre stato presente negli studi sul Bernini fin da subito. Così si esprimeva Filippo Baldinucci nella “Vita del Cavalier Gio. Lorenzo Bernini”: “È concetto molto universale ch’egli sia stato il primo, c’abbia tentato di unire l’architettura colla scultura e pittura in tal modo che di tutte si facesse un bel composto; il che egli fece con togliere alcune uniformità odiose di attitudini, rompendo talora senza violarle le buone regole, ma senza obbligarsi a regola: ed era suo detto ordinario in tal proposito, che chi non esce talvolta dalla regola non la passa mai …”. Domenico Bernini, l’ultimo dei figli del Cavaliere, nella sua biografia si esprime con una formula praticamente identica, diversa da quella del Baldinucci soltanto per l’aggettivo “meraviglioso”, a connotare il termine “composto” (“bel composto” in Baldinucci). Questo implica che il Cavalier Bernini fosse ben consapevole delle innovazioni portate nella storia e nella teoria dell’arte dal suo “bel composto”. D’altronde sono arcinote la sagacia, l’argutezza, e insomma il carattere “piratesco” dell’operare del maestro. Nonostante la demolizione dei suoi campanili in S. Pietro, ad esempio, Bernini rimase alla testa della Reverenda Fabbrica ininterrottamente (per più di un cinquantennio): nonostante le commissioni d’inchiesta, nonostante il pubblico ludibrio. Come la Fenice egli seppe risorgere, con la Cattedra, la Scala Regia e il Colonnato, testimoniando una determinazione ed una capacità indefessa di lavorare uniche, che già da sole gli valgono l’appellativo di “grande”. A tal proposito egli era solito dire che la verità viene svelata dal tempo e che essa è nuda. Altro motto del maestro era “non parlatemi di niente che sia piccolo” (Fagiolo, 1999a: 8). Poi ci sono le sue opere. Queste hanno sempre interessato gli studiosi, naturalmente: così ricche di pulchredo, così affettate. Ma pensiamo che soltanto in tempi recenti ci si sia volti decisamente allo studio del “bel composto” come essenza dello stile del maestro. A partire dallo splendido studio di Irving Lavin (Bernini e l’unità delle arti visive), Professor Emeritus a Princeton (U.S.A.), attraverso le ricerche di Giovanni Careri (Careri, 1991), allievo di Louis Marin e docente alla Scuola di Alti Studi in Scienze Sociali di Parigi; o di Franco Borsi, di Marcello e di Maurizio Fagiolo e di Paolo Portoghesi; fino al recente contributo di Angela Negro (Negro, 2002) sulla Cappella de Sylva in Sant’Isidoro a Roma (risultato di un accurato restauro del monumento) e alla vasta campagna di restauri (e di studi) su un gruppo di sette lavori “globali” (perlopiù cappelle) 4 del Bernini promossa dalle Sovrintendenze di Roma. Tutto ciò, pensiamo, accade perché viviamo un’epoca in cui è pensabile superare gli anatemi del Milizia, secondo il quale il barocco rappresenta la peste del gusto, a causa di quel suo violare le regole cercandone di nuove. 4 Queste le opere interessate dalla campagna di restauri promossa dalle Sovrintendenze di Roma per i Beni Storici e per i Monumenti: angeli di S. Andrea delle Fratte, Cappella Altieri, Cappella Chigi, Cappella Cornaro, Cappella Fonseca, controfacciata Chiesa di S. M. in Aracoeli, Palazzo Barberini (Strinati, 1999). La campagna di restauri e studi è parte delle azioni intraprese per il quadricentenario della nascita del Bernini. 3
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Giovan Lorenzo Bernini e l'unità delle arti visive

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Informazioni tesi

  Autore: Alessandro Bianchi
  Tipo: Tesi di Specializzazione/Perfezionamento
Specializzazione in Abilitazione all'Insegnamento della Storia dell'Arte (classe A061)
Anno: 2008
Docente/Relatore: Maria Cristina Paoluzzi
Istituito da: S.S.I.S. "R. Laporta", Università di Chieti-Pescara "Gabriele D'Annunzio"
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 83

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Parole chiave

unità
arti visive
private
bernini
sant' andrea
cappelle
fonseca
alberoni
da sylva
bel composto

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