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Il disturbo da deficit d'attenzione/iperattività: analisi della letteratura

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11 rivoluzione agricola, e ancor di più lo sono oggi, in una società stratificata e tecnologica, dove la pianificazione e le capacità di problem-solving sono abilità necessarie per conseguire il successo nella vita (Alison e Munden, 2001). Le prime testimonianze dell’esistenza di bambini e adulti con Disturbo dell’Attenzione risalgono al 1902 quando un medico inglese, Frederic Still, descrisse un bambino dalle “condizioni fisiche abnormi” e con un “deficit nel controllo morale”. La sindrome che Still delineò più approfonditamente sul <<Lancet>>, si distingueva per la presenza di un deficit nell’attenzione prolungata, anomalie neurologiche, movimenti coreiformi, anomalie congenite minori, irrequietezza, aggressività, difficoltà nel rispetto delle regole e distruttività (Arcelus e Munden, 2001). Nel 1937 Bradley, uno studioso americano, descrisse come l’anfetamina -e i farmaci stimolanti in genere - potesse essere efficace nei bambini iperattivi e/o con disturbi del comportamento: questa scoperta diede impulso alle ricerche su tali disturbi, tra cui l’ADHD, i disturbi della condotta e l’opposività, e contribuì allo sviluppo di scale di valutazione e questionari atti a predire o stimare gli effetti dei farmaci (Rapaport e Ismond, 2000). Negli anni ’60 e ’70 la diagnosi di ADHD e la prescrizioni di farmaci stimolanti divennero pratiche comuni tra i pediatri negli USA, mentre rimasero eventi rari in Europa, dove l’uso dei farmaci era considerato con sospetto dagli operatori della salute mentale (Arcelus, Munden, 2001). Nella lettera riportata in introduzione la madre avanza l’ipotesi che l’ADHD abbia un’origine genetica, e pare proprio che sia vero: una parte delle problematiche attentive e cognitive dei bambini iperattivi è probabilmente frutto di una predisposizione genetica, che può dar luogo ad alterazioni neurochimiche, neurofisiologiche, metaboliche, funzionali e forse strutturali del cervello. D’altra parte già agli inizi del ‘900 molti ricercatori avevano avanzato l’ipotesi che l’iperattività fosse l’esito di un danno cerebrale acquisito, forti delle scoperte fatte sui primati con lesioni sperimentali. Credendo che tutti i casi di iperattività fossero frutto di lesioni o alterazioni funzionali del cervello molti
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Il disturbo da deficit d'attenzione/iperattività: analisi della letteratura

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Informazioni tesi

  Autore: Monica Delbue
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Università degli Studi di Parma
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Psicologia
  Relatore: Marina Pinelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 141

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