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Il non-detto di Heidegger

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Il confronto con Platone è considerato una costante nel pensiero heideggeriano in quanto cifra dell’interpretazione dell’intero corso della sua speculazione. L’immagine di Platone attraversa e muta a seconda delle fasi della ricerca heideggeriana, prima e dopo la cosiddetta “svolta”, ma rimane elemento di propulsione assidua all’interrogazione del pensiero sulla questione fondamentale dell’essere e dell’essenza della verità. Nel quadro ermeneutico heideggeriano Platone non è da considerarsi come una semplice posizione o alternativa da collocare al rango di altre declinazioni del pensiero occidentale, bensì rappresenta i due momenti del dis-velamento iniziale e dell’occultamento finale della verità dell’essere. Nella considerazione cronologica del rapporto tra i due pensatori, si è soliti indicare un momento costruttivo ed uno oppositivo che caratterizza l’approccio heideggeriano alla filosofia platonica, fermo restando che questa considerazione va fatta sempre in virtù della prospettiva heideggeriana per cui l’oggetto storiografico resta sempre dietro di noi e il pensiero, in quanto meditazione storica, rimane invece da pensare nella sua originarietà, “nel suo inizio che è da sempre ancora da-venire”. Platone non è un parametro da riscoprire, cui conformarsi, da oltrepassare in maniera critica. Rappresenta invece il luogo del ripensamento della domanda originaria sull’essere, sulla scorta del movimento dialettico del dis-velamento e occultamento del senso dell’esistere e della verità dell’essere. Proprio per questo potrebbe davvero rappresentare quello che Heidegger chiama meditazione storica. Il dubbio che potrebbe sorgere concerne la possibilità che la riscoperta di alcuni elementi di chiarificazione ontologica dell’esistenza e di strumenti di occultamento della questione dell’essere siano da collocare in una prospettiva cronologica di “evoluzione” del pensiero heideggeriano, in quanto specchio del suo duplice atteggiamento, prima di accettazione e poi di accesa critica nei confronti di Platone, oppure, in caso differente, il fatto che questi elementi rientrino invece in una considerazione più complessa, alle volte contrastante, ma unitaria dell’indagine heideggeriana. Evidente a questo proposito è un nesso che lega due momenti fondamentali della storia dell’interpretazione heideggeriana: il corso sul Sofista del 1924/25 e il saggio La dottrina platonica della verità, risalente ad un corso del 1931/32, scritto nel 1940 ed infine pubblicato nel 1942. Attraverso questi due momenti emerge l’importanza che Heidegger diede al ripensare l’approccio platonico, sebbene di deriva metafisica, nel decorso onto-gnoseologico della storia della questione dell’essere e dell’essenza della verità. Un’importanza tale da suggerire una nuova via di comprensione dell’uomo stesso che, nella riscoperta del pensiero greco, della tradizione e dell’antichità classica, rimette in discussione quegli elementi di cui tanto ha vissuto e che ormai sono diventati ovvi, se non persino esperiti inconsciamente. 7
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Il non-detto di Heidegger

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Informazioni tesi

  Autore: Hélène Sanchez
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Franco Trabattoni
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 150

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