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Odio i Pink Floyd - il punk inglese in un pugno di documentari

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73 anch’essa falsa, Spinal Tap. 136 Potremmo racchiudere, rifacendoci in parte ad Adrian Wootton, 137 il rockumentary in tre sottocategorie principali: il film-concerto, il genere più caratteristico che spesso unisce alla performance live spezzoni di reportage sulle sottoculture, il documentario monografico che inquadra band o personaggi del mondo del rock in un arco temporale più o meno lungo, e il rocku-fiction, un documentario con innesti dal cinema di finzione (o viceversa). Della distinzione tra “fiction” e “non- fiction” si è parlato a lungo, spesso cadendo in complicate argomentazioni che mai riescono a sbrogliare una questione in verità inestricabile: il cinema del reale e il film di finzione sono sin dagli albori a stretto contatto. Per tale motivo è azzardato affermare che quello di Robert Flaherty, il primo regista di documentari d’autore, sia una cinema dalla mano “invisibile” mentre quello di Dziga Vertov sia un cinema in cui la manipolazione la fa da padrone pur essendo un autore di documentari che inneggia alla “vita colta alla sprovvista”. Ne L’uomo con la macchina da presa (Chelovek s kino-apparatom, 1929) la presenza del regista è ovunque e, soprattutto in fase di montaggio, il regista sovietico sembra voler mostrare il suo stesso gesto, ma anche il “lirico” Nanuk l’eschimese (Nanook Of The North, 1922) risente dell’ingerenza di Flaherty, che a volte interviene sugli elementi profilmici per garantire la massima veridicità, coerenza e resa estetica nel risultato finale. 138 Forse il documentario totalmente dal vero non esiste, o dovremmo cercarlo semmai in un’opera come quell’Empire (1964) di Andy Warhol 139 che per otto ore consecutive riprende la parte superiore dell’omonimo edificio di New York, se non nelle opere degli albori del cinema, quelle dei Lumière che riprendono un treno in arrivo in stazione o l’uscita da 136 Cfr. Simone Arcagni, Rockumentary: uno sguardo sul genere, in Diego Del Pozzo, Vincenzo Esposito (a cura di), Rock around the screen – Storie di cinema e musica pop, Napoli, Liguori, 2009, p. 85. In verità l’origine di entrambi i termini è ambigua: alcune fonti riferiscono ad esempio che il termine “mockumentary” è stato coniato negli anni ’60, mentre quello di “rockumentary” nel ‘69 dalla rivista “Rolling Stone” per descrivere il contenuto della trasmissione radiofonica History of Rock & Roll, e solo in un secondo momento verranno resi popolari dal film di Rob Reiner (https://en.wikipedia.org/wiki/Mockumentary - https://it.wikipedia.org/wiki/Rockumentary). Umberto Mosca invece in Cinema e rock afferma che il termine “rockumentary” è stato coniato in relazione al film Woodstock (vedi p. 64). 137 Cfr. Adrian Wootton, The Do’s and Don’ts of Rock Documentaries, in Jonathan Romney e Adrian Wootton (a cura di), Celluloid Jukebox: Popular Music and the Movies Since the 50’s, Londra, British Film institute, 1995. 138 “In alcuni casi Flaherty ha fatto ricorso a una vera e propria messa in scena. Poiché l’igloo era troppo piccolo perché l’operatore vi si potesse muovere agevolmente, e vi era poca luce, venne edificato un nuovo igloo, finito solo a metà, per girare le scene di interno, che in questo modo sono state realizzate con una scenografia costruita ad hoc, non diversamente da un film di Hollywood” [da Paolo Bertetto (a cura di), Introduzione alla storia del cinema: autori, film, correnti, Torino, Utet Università, 2002, p. 295]. 139 Da un’idea di John Palmer, con la fotografia del “padrino del cinema d’avanguardia americano” ed esponente del New American Cinema, Jonas Mekas.
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Odio i Pink Floyd - il punk inglese in un pugno di documentari

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Informazioni tesi

  Autore: Davide Marino
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2017-18
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere
  Corso: Cinema, Televisione e Produzione Multimediale
  Relatore: Gino Scatasta
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 137

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punk
documentari
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