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Politiche autoriali. Sceneggiatura contro regia, da Aristotele alle serie tv contemporanee

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veramente se stessa». Il tutto, ovviamente, rimarcando il ruolo del regista Bresson, il quale, invece, di fronte alle difficoltà nel realizzare una difficile scena del romanzo «ha reagito da uomo di cinema […] confrontandosi con essa attraverso la messa in scena dei gesti, della luce» (ivi, p.75). In quegli anni Andrè Bazin, uno dei fondatori della rivista, si sta sforzando di garantire al cinema la propria autonomia artistica. In particolare, il teorico francese cerca di vincere la diffidenza che vige in campo accademico nei confronti del mezzo cinematografico, visto da una parte (Hollywood) come un semplice prodotto di una macchina industriale e dall'altra (il cinema sovietico) come uno strumento di propaganda politica. La soluzione è quella di individuare nel prodotto filmico una voce autoriale: ovvero la mano del regista la cui messa in scena appare come un linguaggio universale (cfr. Bazin, 1958-62, trad. it. 1973). Sfruttando questo terreno fertile, Truffaut decide quindi di portare avanti una battaglia per rivendicare la fondamentale importanza del regista per la riuscita artistica di un'opera cinematografica. Una battaglia che ha le sembianze di una campagna politica: una politica degli autori. Un'idea che «ha una sua storia e si pratica come politica, con i suoi difensori e i suoi avversari, le sue regole e le sue circostanze» (de Baecque, 1991, trad.it. 1993, p.97) e che nasce ufficialmente in un articolo del numero 44 dei Chaiers du cinèma del febbraio 1955 dove François Truffaut difende l'Alì Babà (Ali Baba et les quarante voleurs, 1954) di Jacques Becker. Dopo aver raccontato brevemente di essersene innamorato solo alla terza visione (ed averlo disprezzato nelle due precedenti), Truffaut spiega che, nonostante presenti numerosi difetti, il film di Becker è da apprezzare per il lavoro svolto dal regista, il quale con pochi tocchi riesce a far dimenticare - almeno in parte - i «tre elementi che impediscono la riuscita completa del film: la sceneggiatura debole, poco rigorosa, la musica e Vilbert (uno degli attori protagonisti, nota mia)» (Truffaut, 1955, in de Baecque, 2001, trad.it. 2003, p.37). Truffaut cita una scena in particolare che esemplifica il lavoro di Becker: C'è una scena in cui Fernandel, dopo aver recuperato il suo pappagallo fuggito nella caverna e averlo rimesso in gabbia, riparte camminando prima molto in fretta e poi, bruscamente, in modo maestoso, con passo leggero e felpato. Questa incrinatura di ritmo, questa rottura di movimento, sottolineata abbastanza bene dall'interruzione nella musica e dalla sua ripresa su un tempo più lento, inducono immancabilmente al riso senza che la sceneggiatura intervenga, senza che si possa parlare propriamente di gag (ivi, p.36). Sono queste piccolezze che fan sì che un film non possa essere semplicemente 8
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Politiche autoriali. Sceneggiatura contro regia, da Aristotele alle serie tv contemporanee

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Informazioni tesi

  Autore: Andrea Belcastro
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi della Calabria
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Linguaggi dello Spettacolo, del Cinema e dei Media
  Relatore: Marcello Walter Bruno
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 137

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Parole chiave

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