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Politiche autoriali. Sceneggiatura contro regia, da Aristotele alle serie tv contemporanee

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bollato come brutto o bello. Ed è per questo motivo che anche se fosse stato un film brutto, Truffaut avrebbe difeso Alì Babà, perché esso «a dispetto della sua sceneggiatura […] è il film di un autore, un autore giunto a una maestria eccezionale, un autore di film. Così, la riuscita tecnica di Alì Babà conferma la fondatezza della nostra politica, la 'politica degli autori'» (ivi, p.39). Ecco nata ufficialmente quella che Antoine de Baecque definisce senza alcun dubbio «l'idea critica più celebre della storia del cinema» (2001, trad.it. 2003, p.5). Ciò che la rende tale è non tanto la sua rigorosità teorica quanto il suo essere un vero e proprio atto d'amore verso il cinema, i film e i grandi registi: la politica degli autori non vive di meticolose analisi dei lungometraggi ma, anzi, i critici ammettono i propri limiti di fronte al genio di questi grandi autori (cfr. de Baecque, 1991, trad.it. 1993, pp.100-102). Esemplare, a tal proposito, è quanto dice Truffaut – sempre sulle pagine della rivista - a proposito del film La torre di Nesle (La Tour de Nesle, 1955): «è, se vogliamo, il meno bello dei film di Abel Gance. Ma poiché si da il caso che Abel Gance sia un genio, La torre di Nesle è un film geniale» (Truffaut, 1955, in de Baecque, 2001, trad.it. 2003, p.41). L'obiettivo di Truffaut è chiaro: un film non può essere giudicato come universo a se stante, non può essere slegato dal proprio autore. Un film potrà anche avere decine di difetti, ma se il regista che lo ha messo in scena ha ottenuto con le sue precedenti produzioni la nomea di 'genio', questi non può aver perso questa sua qualità e, di conseguenza, non è concesso disprezzare, anzi, non amare ogni sua pellicola. «La politica degli autori è questa maniera di amare tutto Renoir, tutto Becker, tutto Rossellini, tutto Lang, tutto Hitchcock» difendendoli appassionatamente «in nome di una visione e di una comprensione del loro talento di metteurs en scène» (de Baecque, 2001, trad.it. 2003, p.7). L'idea è che non importa chi ha scritto la sceneggiatura del film perché, se la messa in scena è curata da un grande regista, in fondo quei film racconteranno tutti la stessa storia. Concetto, questo, appoggiato anche da Alexandre Astruc che, in uno speciale su Alfred Hitchcock sulle pagine dei Cahiers, si pronuncia così sulle opere del grande maestro inglese: Quando un uomo dopo trent'anni, e attraverso cinquanta film, racconta pressapoco sempre la stessa storia […] mi sembra difficile non ammettere che ci troviamo una volta tanto di fronte a un'autentica rarità […]:un autore di film. Aggiungerò che mi capita, vedendo e rivedendo le opere di Alfred Hitchcock, di avvertire – a tratti – la stessa impressione che si prova leggendo autori come, mettiamo, Dostoevskij o Faulkner (Astruc, 1954, in ivi., p. 49). La politica degli autori incomincia allora a fare numerosi proseliti all'interno della redazione dei Cahiers, nonostante lo stesso Truffaut sembri contraddirsi in più di un'occasione: ad esempio, proprio nel 1955 in piena 'politica', firma un articolo nel 9
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Informazioni tesi

  Autore: Andrea Belcastro
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi della Calabria
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Linguaggi dello Spettacolo, del Cinema e dei Media
  Relatore: Marcello Walter Bruno
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 137

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Parole chiave

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regia
sceneggiatura
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serie tv
politique des auteurs
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