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Prassi e contemplazione in Hannah Arendt

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6 arriverebbe a dar forma ad un sistema concettuale ben poco diverso dall'ideologia da lei così duramente criticata.” E «dopo il “caso Eichmann” scoppiò il “caso Arendt "», scrive Martine Leibovici15: le maggiori organizzazioni ebraiche boicottarono Banalità del male (1963) e la Arendt incorse anche nella disapprovazione di molti suoi amici: tra cui Hans Jonas, Gershom Scholem, Robert Weltsch; solo Jaspers e Mary McCarthy rimasero dalla sua parte. Perché quest'opera ricevette un'accoglienza così negativa? Lo scandalo ebbe origine da una decina di pagine nel settimo capitolo, riguardo la corresponsabilità dei consigli sionisti nella deportazione degli ebrei - ciò figura tra i fattori che hanno messo a tacere la coscienza del gerarca nazista Eichmann16. Uno dei brani incriminati è il seguente: Ovunque c'erano ebrei, erano stati nominati, all'interno del loro gruppo, dei capi, e questi capi, quasi senza eccezioni, avevano collaborato con i nazisti, in un modo o nell'altro.[...] La verità era che, se il popolo ebraico fosse stato realmente disorganizzato e senza capi, dappertutto ci sarebbe stato caos e dispersione, ma le vittime non sarebbero state quasi sei milioni.17 La Arendt aveva toccato una ferita ancora aperta nel cuore degli ebrei, la Shoah, per di più incolpando apertamente i singoli di non essersi ribellati e di aver acconsentito, con incredibile docilità, al proprio sterminio. Il suo concetto di banalità del male viene giudicato infamante, sembra un modo per minimizzare i crimini di Eichmann e la scrittrice appare, dunque, insensibile alla tragedia dell'olocausto; Gershom Scholem la accusa di non avere amore per il popolo ebreo ( Ahabath Israel) né tatto del cuore ( Herzenstakt); lei risponde incisivamente con una lettera privata, in cui dichiara di non avere alcun sentimento verso le entità collettive, di amare solo gli individui. 18 La polemica raggiunge toni accesi e sembra incontrollabile: la Arendt decide di intervenire personalmente solo in ambito universitario, dichiarandosi disposta a discutere con gli studenti che avessero letto il suo libro; nella seconda edizione dell'opera (1964) 15 M. LEIBOVICI, Hannah Arendt. La passion de comprendre; trad. it. Hannah Arendt. La passione di comprendere, a cura di A. Olivieri, Città Aperta Edizioni, Troina 2002, p. 221. Cfr. anche pp. 222-224. 16 In merito, rimando al paragrafo 3.2 della tesi, La «banalità del male»: il caso Eichmann. 17 H. ARENDT, Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil, The Viking Press, New York 1963; trad. it. La banalità del male. Eichmann in Gerusalemm, a cura di P. Bernardini, Feltrinelli, Milano 1992, p.132. Cfr. anche S. FORTI, Vita della mente e tempo della polis..., p. 18. I consigli ebraici erano stati istituiti dal nazismo per mantenere una parvenza di ordine sociale e per compilare le liste per la deportazione; questo tuttavia, era già stato rivelato dagli storici, tra gli altri, anche da Raul Hilberg. 18 lettera, datata il 24/07/1963 in L. BOELLA, Hannah Arendt. Agire politicamente..., p. 46. La citerò per esteso nel paragrafo 3.2.
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Prassi e contemplazione in Hannah Arendt

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Informazioni tesi

  Autore: Cecilia Renzi
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi di Macerata
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Francesco  Totaro
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 105

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