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IA. Una critica fenomenologica al concetto di intelligenza artificiale

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Anteprima della tesi: IA. Una critica fenomenologica al concetto di intelligenza artificiale, Pagina 9
stessa fertilità creatrice, capace con le sue sole abilità di portare alla luce un essere nuovo, il quale
prima di lui o non esisteva affatto oppure era un semplice ammasso di materia, per nulla dotato di
vita. L’ultimo esempio di questo modalità intermedia di concepire la creazione di uomini artificiali è
certamente Mary Shelley, la quale, pur essendo vissuta in pieno XIX secolo, porta avanti la
tradizione semi-mitica della fase meravigliosa molto più che quella razionale e illuministica del
primo XVIII secolo. 
Ma il golem è già una creazione tarda rispetto ad altre di quest’età di mezzo compresa tra il mito
antico e l’ingegneria meccanica degli artefici del XVIII secolo. Già il Medioevo infatti ci dà un
forte input con la leggenda delle teste parlanti, esseri di pietra in grado di essere evocati dai monaci
e di servire ai loro scopi, come nella leggenda attribuita a Ruggero Bacone, in cui quest’ultimo (che
ne è anche il protagonista), insieme a due complici, tenta invano di evocare una testa miracolosa
capace di ergere un muro intorno all’Inghilterra per proteggerla dagli assalti dei vichinghi. 
Altri esempi molto famosi sono quelli dei vari famuli e dell’homunculus, creazioni a metà tra
l’organico e il divino, di origine alchemica, i quali sarebbero potuti essere formati secondo precise
formule (forse l’ultima volta in cui l’homunculus compare nella letteratura occidentale è il Faust di
Goethe). Anche in questo caso si ripresenta quella dialettica tra umano e divino che è propria
dell’età meravigliosa della robotica, e soprattutto del suo momento centrale, sospeso in perfetto
bilanciamento tra la sproporzione del divino, nel mondo mitico, e la scepsi illuministica del XVIII
secolo. 
«Questi prodotti artificiali – la testa di ottone, l’homunculus e il golem – appartengono tutti a
quella che potrebbe essere chiamata l’antropologia della robotica. Non c’è accenno ad alcun
mezzo tecnico adeguato per la loro creazione, la quale doveva essere compiuta piuttosto per
magia. Queste leggende sono nondimeno importanti in quanto separano nettamente l’idea
dell’uomo fatto dall’uomo dal suo sfondo tecnico, consentendoci di concentrarci sulla sua
psicologia. L’idea dominante è che, nelle mani di un sapiente, qualsiasi cosa abbia forma
umana avrà il potere di un uomo. È interessante il fatto che, all’interno di quest’antropologia,
possiamo discernere un’evoluzione. La testa di Ruggero Bacone non era altro che una scultura
capace di parlare. Il golem di Loew doveva lavorare come un servitore, ma si volse con
ostilità contro il suo padrone. Con l’aggiunta di qualche nozione attinta alle scienze fisiche,
questo golem, nelle mani di Mary Shelley, sarebbe diventato il mostro di Frankenstein.
Parallelamente a questa paleontologia del robot, si ha una preistoria del robot come macchina,
una sequenza di invenzioni in parte reali e in parte mitiche. Nella preistoria del robot il tema
dominante è l’automa o uomo meccanico. Il suo fondo tecnico può essere fatto risalire
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Informazioni tesi

  Autore: Valfredo De Matteis
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2018-19
  Università: Università degli Studi di Verona
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Davide Poggi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 165

FAQ

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