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Il buio e lo squarcio. Figure della profezia in Montale

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Anteprima della tesi: Il buio e lo squarcio. Figure della profezia in Montale, Pagina 7
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al contempo, si è incamminata tragicamente verso la reificazione dell’uomo con la guerra totale 
e gli stermini tecnologici di massa, assurti poi a simbolo di un tralignamento dell’umano nel 
disumano davanti al quale ogni parola risulta impotente e inefficace. 
Tramontata quella completa fiducia nel linguaggio a cui ho appena accennato e di cui tornerò 
a parlare, smorzatasi la fede in Dio e in un cosmo teleologicamente ordinato, consumatosi, 
insomma, l’avvento di una società secolarizzata e disillusa, un modello profetico sembrerebbe 
avere ben poco da offrire al disincanto della nostra epoca; e tuttavia, l’idea di una poesia pro-
fetica continua ancora a far presa, vuoi per il suo facile prestarsi all’estraniamento parodistico, 
vuoi per il suo carattere congenitamente paradossale, per la sua capacità di aprire vie che, pur 
partendo dallo stesso centro, possono snodarsi verso direzioni opposte. 
È frequente avvertire nella scrittura dei poeti moderni una bruciante nostalgia del sacro, una 
tensione carica di inquietudine verso tutto quello che la filosofia contemporanea ha ripudiato. 
La poesia dimostra che se la scienza e la storia negano l’Assoluto, non eliminano però la sete 
d’invisibile insita nell’essere umano. L’idea di una poesia profetica può resistere, allora, anche 
quando l’energia del divino sembra disertare il linguaggio e le cose, e può farlo perché l’espe-
rienza dei profeti contempla da sempre, come vedremo, l’evenienza che le parole “si svuotino” 
e che Dio si nasconda al mondo: essa ammette, cioè, la possibilità di un tempo critico, segnato 
da un’assenza. 
Annunciare la “crisi della parola” nel mondo di oggi non significa giocoforza decretarne la 
fine: le parole continuano infatti a prendere parte alla nostra esistenza, seppure in un modo assai 
dimesso, differente rispetto al passato. E non significa, neppure, proclamare la fine della poesia: 
ci si accorge, in effetti, di come i poeti «nei tempi del ‘dopo-Parola’»
7
, dopo aver assistito al 
tramonto dell’ottimismo teologico, più che arrendersi a un assoluto mutismo, scelgano di af-
facciarsi su un territorio oscuro ma nuovo, si avventurino a sondare lo spazio dell’abbandono e 
della negazione e seguano, visti da una certa prospettiva, le tracce di quei grandi profeti del 
passato, i quali, attraversando dolorosamente il versante “notturno” della propria elezione, spe-
rimentarono nella singolarità del loro vissuto la scissione tra il sogno e le cose, tra promessa 
metafisica e realtà in atto. Gli autori contemporanei, si può dire ancora con Steiner, «esplorano 
il vuoto, la libertà priva di contenuti che proviene dalla latitanza […] del messianico e del di-
vino»
8
, e in questo viaggio, proprio perché la lontananza di Dio è essenziale allo spirito profe-
tico tanto quanto la sua vicinanza, l’archetipo in questione conserva intatta la sua validità.  
 
7
 Ivi, p. 96. 
8
 Ivi, p. 215.

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Informazioni tesi

  Autore: Edoardo Cintioli
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2017-18
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Scuola di Lettere e Beni Culturali
  Corso: Italianistica, culture letterarie europee e scienze linguistiche
  Relatore: Stefano Colangelo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 142

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