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Il partenariato nel Fondo sociale europeo: i casi di Veneto ed Emilia-Romagna

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europea “l'economia della conoscenza più dinamica e competitiva del mondo” decisero di porre 
come priorità della politica di coesione la creazione, la diffusione e l'uso della conoscenza 
attraverso investimenti in ricerca e sviluppo. A Goeteborg successivamente si decise di allargare 
questo progetto anche ai problemi dell'ambiente e dello sviluppo sostenibile[Brunazzo, 2005]. 
Veniamo ora ai motivi economici che hanno favorito la creazione di una politica di coesione. 
Nel corso degli anni Ottanta apparve chiaro che gli interventi degli anni Sessanta e Settanta non 
erano riusciti a ridurre le disparità regionali esistenti, e si prese quindi atto del fallimento della 
strategia che era stata seguita nella politica di coesione fin dal Trattato di Roma del 1957. La 
strategia delineata in quel Trattato poggiava sulla convinzione che il mercato unico una volta 
reso pienamente operativo avrebbe automaticamente ridotto le disparità regionali esistenti, 
favorendo lo sviluppo delle regioni più arretrate. L'unico pericolo a questo riguardo si pensava 
potesse essere costituito dalla mancanza di infrastrutture adeguate nei territori meno sviluppati, 
che li avrebbe resi distanti e non collegati ai territori più ricchi e sviluppati. La carenza di 
infrastrutture quindi avrebbe potuto ostacolare il ruolo potenzialmente riequilibrante del 
mercato, e si ritenne perciò che le politiche pubbliche nazionali dovessero agire unicamente in 
tal senso. In altri termini, l'intervento pubblico di cui si parlava era un intervento nazionale ad 
hoc, relativo cioè alle infrastrutture, mentre altre eventuali politiche proattive sia a livello 
nazionale che europeo per le aree territoriali maggiormente in difficoltà non venivano prese in 
considerazione in quanto considerate sostanzialmente inutili. Alla base di questo approccio 
comunitario al problema del sottosviluppo territoriale vi erano le teorie economiche 
neoclassiche le quali si caratterizzavano, pur con qualche differenza, per una forte fiducia nei 
confronti del mercato e del suo potenziale riequilibrante nello sviluppo territoriale. Gli unici 
interventi pubblici considerati legittimi e utili da queste teorie erano quelli volti a garantire il 
pieno funzionamento del mercato e quindi interventi di integrazione negativa, rivolti alla 
rimozione di barriere doganali, restrizioni quantitative, e a tutto ciò che potesse ostacolare il 
libero commercio e la libera circolazione di persone e capitali. Venivano poi considerati utili 
anche quegli interventi di integrazione positiva miranti, da un lato, a costituire un'unica autorità 
regolativa dell'economia a livello comunitario e, dall'altro lato, alla costruzione di infrastrutture 
e quindi alla rimozione di quei fattori fisici strutturali che avrebbero potuto inficiare, come 
detto, il ruolo del mercato unico come fattore di riduzione delle disparità regionali attraverso la 
promozione dello sviluppo delle regioni più arretrate [Brunazzo, 2005]. 
Come accennato in precedenza, nel corso degli anni Ottanta, ci si rese conto del fallimento di 
questa strategia. Per cercare di rendere più efficaci gli interventi in materia di politica di 
coesione vennero dapprima istituiti, nel 1986, i Programmi Integrati Mediterranei (Pim) 
destinati al sostegno delle produzioni agricole dei paesi mediterranei. I Pim ebbero il particolare 
merito di anticipare quegli elementi di novità che sarebbero successivamente stati alla base del 
regolamento di riforma della politica di coesione del 1988. Nei Pim infatti veniva riconosciuta, 

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Informazioni tesi

  Autore: Andrea Signoretti
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2000-01
  Università: Università degli Studi di Trento
  Facoltà: Sociologia
  Corso: Sociologia
  Relatore: Marco Brunazzo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 185

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