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Il restauro virtuale

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Anteprima della tesi: Il restauro virtuale, Pagina 8
Parte I – Il restauro virtuale
13
Cenni storici
Il momento dal quale si può cominciare a parlare
di era digitale nel campo del restauro può essere
considerato il 1963, con la pubblicazione di
“Teoria del restauro”, il notissimo e per molti
aspetti insuperato manuale di Cesare Brandi, vera
pietra miliare e riferimento teorico
imprescindibile della moderna metodologia per la
conservazione dei beni culturali: «E’ chiaro che,
seppure l’imperativo della conservazione si
rivolga genericamente all’opera d’arte nella sua
complessa struttura, specialmente riguarda la
consistenza materiale con cui si manifesta
l’immagine. Per questa consistenza materiale
dovranno farsi tutti gli sforzi e le ricerche perché
possa durare il più a lungo possibile. […] Donde
si chiarisce il primo assioma: si restaura solo la
materia dell’opera d’arte.»
1
. Da ciò si
comprende che se da un lato, in esso non v’è
spazio alcuno per il restauro virtuale, dall’altro è
il primo momento in cui viene sottolineata
l’importanza di fare tutti gli sforzi possibili, a
qualsiasi livello pratico e tecnologico, per
salvaguardare i beni culturali: è quindi questo il
motivo per cui si può dire che solo dal Brandi in
poi maturarono le prime esperienze di
applicazione nell’arte del “calcolatore” (come
allora veniva detto il computer, con una
traduzione dall’inglese ormai in disuso).
Vari Enti di ricerca, Istituti e Laboratori di
restauro s’impegnarono in questa nuova
prospettiva, peraltro abbastanza gravosa dal
punto di vista delle risorse finanziarie da
impiegare. Da queste prime indagini sperimentali
emerse innanzitutto l’entusiasmo nei confronti
dei processi d’automazione e delle capacità
versatili di catalogazione ed archiviazione delle
informazioni, nonché lo stupore per la possibilità
di richiamare, modificare, aggiornare e
trasformare i dati registrati su supporto
magnetico: «questo felice e promettente connubio
calcolatore-arte è peraltro un esempio
interessante di rottura della artificiale divisione
fra attività scientifico-tecniche da un lato e
artistiche dall’altro, attività entrambe
significative dell’uomo come essere intelligente e
creatore»
2
.
Il processo di catalogazione del patrimonio
artistico italiano ricevette un notevole impulso
nel 1969 con l'istituzione dell'Ufficio Centrale
per il Catalogo, trasformato poi in Istituto
Centrale per il Catalogo e la Documentazione
(ICCD) con la nascita del Ministero per i Beni
Culturali. L'istituto diede infatti una forte
impronta scientifica all'attività di catalogazione
elaborando metodologie rigorose di archiviazione
e un complesso sistema di schede per varie
tipologie di beni e di aree territoriali: venne
anche avviata l'informatizzazione dell’archivio,
sollecitata dall’offerta sempre più diversificata di
prodotti per la gestione computerizzata di
materiale testuale e visivo e dalla necessità
effettiva di controllare grandi masse di dati.
Per quanto invece riguarda il restauro vero e
proprio, gli studi di teorici di grande spessore,
quali Umberto Baldini (“Teoria del restauro e
unità di metodologia”, 1978) ed Ornella Casazza
(“Il restauro pittorico nell’unità di metodologia”,
1981), aumentarono l’interesse dei critici e
spostarono gradualmente l’attenzione dalle varie
tipologie d’intervento e di uso del computer
nell’ambito della conservazione, al fatto che
l’operazione stessa del restauro potesse essere
fatta a computer sull’immagine digitalizzata: «la
giustezza del metodo, che qui è descritto e
analizzato anche nella successione della sua
conduzione e in diversi interventi su realtà
cromatiche e materiche, può essere verificata
scientificamente attraverso l’uso di un
calcolatore elettronico. Mediante un sistema di
acquisizione e conversione in forma numerica di
immagini è possibile effettuare infatti una
valutazione quantitativa accurata...»
3
.
Nel 1985 infine, nel suo volume “Il restauro dei
dipinti e delle sculture lignee”, Giuseppina
Perusini, trattò l’argomento in un apposito
capitolo intitolato “L’impiego del calcolatore”,
nel quale richiamava l’attenzione sull’utilità del
computer «non solo per la catalogazione dei beni
culturali ma anche, per la determinazione dello
stato di conservazione delle opere d’arte e per
operazioni ritenute generalmente legate alla
sensibilità artistica del restauratore, quali la
reintegrazione pittorica»
4
.
Gli anni ’80 furono infatti una vera e propria
fucina di novità per quello che riguarda i possibili
utilizzi tecnologici: l’arrivo del personal
computer inaugurò una stagione di ininterrotti
progressi tecnici, con lo sviluppo dei dispositivi o
unità di output, come monitor e stampanti, e di
input, per la digitalizzazione dell’immagine
dell’opera d’arte ed il suo trasferimento su
supporto elettronico. Come fecero allora notare

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Il restauro virtuale

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Informazioni tesi

  Autore: Cristina Uva
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Accademia di Belle Arti
  Facoltà: Pittura e restauro
  Corso: Restauro pittorico
  Relatore: Silvia Gaggioli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 102

FAQ

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