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La pragmatica musicale nella comunicazione liturgica dopo il Concilio Vaticano II. Cum musica fit sacra.

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Anteprima della tesi: La pragmatica musicale nella comunicazione liturgica dopo il Concilio Vaticano II. Cum musica fit sacra., Pagina 2
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INTRODUZIONE 
 
L’idea che sottende a questo scritto è contribuire alla denuncia di un ritardo nella 
comprensione pastorale del linguaggio musicale come pragmatica epistemologica 
fondamentale per l’efficacia sacramentale del momento celebrativo, nel tessuto delle 
dinamiche dialogiche tra l’uomo e Dio che il rito dischiude. Tra i linguaggi estetici, sin 
dall’antichità quello musicale è forse quello ritenuto come il più connaturale al 
comunicarsi del divino, per l’intrinseca qualità liminale delle sue dinamiche e dei rapporti 
che lo costituiscono come linguaggio dell’eccedenza e, per questo, come forma espressiva 
privilegiata per aprire l’accesso a ciò che trascende l’essere umano. Tuttavia, nelle nostre 
comunità come nelle commissioni di musica sacra, si discute ancora troppo su quali canti 
fare, più che su quali dinamiche una certa musica mette in campo nella celebrazione 
liturgica. Il disorientamento nasce dalla difficoltà di individuare uno statuto definitivo per 
l’arte musicale del rito, che rispetti gli equilibri fra tradizione e adattamento, contenuto 
teologico e cultura, oggettività della rivelazione e soggettività della percezione 
(dell’oggetto della rivelazione), mediazione e immediatezza nel sentimento del sacro.  
La vicenda storica che ci precede e che trova nel Concilio Vaticano II il nodo 
fondamentale a cui deve guardare ogni riflessione autentica sulla musica nella liturgia, è 
vasta e disgregata nei toni e nelle scelte. A partire dall’alto medioevo ad almeno tutto 
l’Ottocento, la Chiesa ha trascurato, a livello teorico e dandolo per forse per scontato o 
presupposto, il tema dell’incontro con le culture, con i popoli, dell’annuncio di una fede 
che da sempre nasce e si diffonde solo come “inculturata”, incarnata nelle vicende del 
mondo. La nascita della romanitas christiana, di una cristianità come cifra globale della 
società occidentale, ha contribuito a creare l’illusione di un unico modello (di fede, di 
annuncio, di linguaggio) che trova nella tradizione il sigillo di un’auctoritas dogmatica e 
indiscutibile, a sancire quale sia non solo la vera fede, ma anche il vero linguaggio della 
fede, la vera arte, la vera musica, la vera devotio, sostituendo alla coscienza personale una 
figura univoca, chiara e certa, del vero sentire cristiano. Il pensare le forme della fede 
cristiana come un unico modello è un’illusione fallimentare che non può condurre ad altro 
che una visione ideologica e cristallizzata dell’esperienza religiosa. La fede è una 
relazione viva e dinamica già genealogicamente, essendo originariamente e sempre 
implicata la libertà umana nell’articolazione con l’interpellarci della verità. Se la verità si  
è fatta carne, allora anche la fede e i suoi linguaggi devono non solo necessariamente

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Informazioni tesi

  Autore: Edoardo Marengo
  Tipo: Laurea II ciclo (magistrale o specialistica)
  Anno: 2018-19
  Università: Istituto Liturgia Pastorale S. Giustina - Padova
  Facoltà: Teologia
  Corso: Liturgia Pastorale
  Relatore: Roberto Tagliaferri
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 230

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