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«Poi c’hanno dato la casa alle Vallette» Privatizzazione domestica, comunità, famiglia nella Torino del miracolo economico

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Anteprima della tesi: «Poi c’hanno dato la casa alle Vallette» Privatizzazione domestica, comunità, famiglia  nella Torino del miracolo economico, Pagina 8
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direttamente le relazioni che vi si stabiliscono e ne condizionano l’indirizzo. Il reclutamento 
della popolazione assegnataria si realizza, infatti, in base ad una selezione condotta con criteri 
burocratici pertanto gli individui che giungono a risiedervi sono di conseguenza in 
maggioranza degli estranei. In generale proprio il fatto che non ci sia un tessuto relazionale 
precostituito in insediamenti che nascono quasi da zero (e il discorso da questo punto di vista 
si può perciò allargare anche alle aree di edilizia privata) renderà più difficile la costruzione 
delle relazioni sociali, favorendo la privatizzazione domestica. Pertanto in quei nuovi spazi 
suburbani le famiglie, lì insediatesi, saranno le prime a sperimentare questi inediti stili di vita 
che «divennero insomma sempre più un fenomeno capace di convogliare intorno a sé tutta una 
serie di valori che dalla sfera privata confluiscono su quella pubblica e collettiva»
27
, e che 
successivamente arrivano ad imporsi sugli altri quartieri della città.  
Si è scelto di condurre un’indagine microstorica, concentrandosi su un caso specifico: il 
quartiere delle Vallette di Torino. Costruito a partire del 1958 in un’area all’estrema periferia 
della città, rappresenta uno dei più importanti interventi di edilizia pubblica a livello non solo 
torinese ma nazionale. Inaugurato ufficialmente nel 1961, nella fase più calda del boom, 
l’insediamento rappresenta, come racconta Fofi, «il primo quartiere di questo tipo a riflettere 
una massiccia presenza di immigrati meridionali e, in certo modo, a essere progettato con 
criteri residenziali, diversamente dai soliti quartieri-dormitorio del passato»
28
. Concepito come 
città satellite e autosufficiente, nella speranza di rappresentare un “modello” urbanistico di 
integrazione, a causa della carenza di servizi collettivi (progettati ma non ultimati), alla 
concentrazione di nuclei disagiati e di una violenta campagna di stigmatizzazione, si trasforma 
nell’immaginario collettivo cittadino nel paradigma della “periferia”. Una periferia, in senso 
non solo spaziale, ma anche sociale perché percepita come focolaio di criminalità e degrado. 
Andando oltre l’immagine cristallizzata di “ghetto” (una rappresentazione che coinvolge non 
solo il discorso mediatico ma, come vedremo, anche la maggioranza delle indagini 
scientifiche sul quartiere) si tenterà di tracciare una biografia urbana del quartiere, 
ricostruendo il processo di insediamento dei primi assegnatari e le modalità in cui si è 
realizzata la socialità interna, contribuendo alla costruzione della comunità di quartiere. Si 
cercherà di ripercorrere lo sviluppo sociale negli anni Sessanta, cioè nella fase affluente dello 
sviluppo fordista cittadino. Da valutare come le singole famiglie assegnatarie singolarmente e 
                                                
27
 F. Cumoli, Un tetto a chi lavora cit., p. 194. 
28
 G. Fofi, L’immigrazione cit., p. 183.
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Informazioni tesi

  Autore: Andrea Coccorese
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Lettere
  Corso: Storia contemporanea
  Relatore: Stefano Musso
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 244

FAQ

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Parole chiave

torino
miracolo economico
familismo
periferia
ghetto
edilizia pubblica
meridionali
case popolari
storia urbana
quartieri popolari

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