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Tra Prima e Seconda Repubbilca. Il caso Scicli

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(poco influente in proposito la scissione comunista, visto che il nuovo gruppo porterà a casa appena 
423 preferenze). 
Nei mesi successivi, la “normalizzazione” si impose anche nei singoli Municipi. A Scicli, i 
cittadini tornarono alle urne nel giugno 1922. Anche in quest’occasione, la costituzione di un 
“blocco” liberale, in cui erano confluiti tutti i notabili locali, dai Penna agli Scimone, dai Mormina 
ai Piccione, allargato anche ad esponenti fascisti, fu determinante. Le tradizionali élites ottennero 
2550 voti e 24 seggi in Consiglio comunale, contro i 928 voti socialisti, che valsero loro appena sei 
seggi nel Consesso. 
Il 12 luglio dello stesso anno, Schirò fu costretto a sospendere definitivamente anche la 
pubblicazione del Semplicista!, segnando la fine di un’esperienza politico-religiosa che ha segnato 
la storia della città. Caduto il fascismo, il pastore metodista riprese il suo ruolo politico attivo, ai 
vertici del PSI provinciale, ma l’orizzonte politico era ormai profondamente cambiato. 
 
2.5. Un partito di massa socialista e confessionale 
Il partito socialista capeggiato a Scicli da Schirò presentava tutti gli aspetti che la scienza 
politica attribuisce in maniera connotante ai partiti di massa. Nato agli inizi del Novecento, sulla 
scia di esperienze precedenti già radicate in città, esso si proponeva di dare finalmente una 
coscienza politica ai ceti più disagiati, fino a quel momento strumentalizzati dai notabili. Per fare 
ciò, si presentava con un programma di ampie riforme sociali, che proverà anche a mettere in atto 
nei pochi mesi in cui si troverà ad amministrare la città. Il radicamento sociale del partito è dunque 
innegabile, così come la capacità di mobilitazione. Perfino sotto il profilo della comunicazione 
partitica, possiamo ritrovare quell’autonomia specifica del partito di massa, rivolta però 
potenzialmente a tutti. Il Semplicista!, infatti, rappresenta un esempio tipico del giornale di partito, 
legato in questo caso, anche ad una fede religiosa. 
Proprio in questo si colloca l’anomalia del caso sciclitano. Il Partito Socialista, 
tradizionalmente aconfessionale, trovò a Scicli uno stimolo al radicamento nella diffusione 
dell’ideologia metodista. Le associazioni collaterali, che contribuiscono a seguire la vita 
dell’aderente al partito di massa “dalla culla alla tomba”, nel PSI di Scicli si intersecavano con 
quelle della Chiesa metodista: le scuole, prima di tutto, frequentate sia da protestanti che da 
cattolici, sia da bambini che da adulti (grazie ai corsi serali). Schirò accettava quasi con pudicizia 
questo doppio ruolo, di guida politica e religiosa, tanto da ammettere, nel corso del suo primo 
discorso da Sindaco: «Io guardo questo posto e mi sento a disagio. Questo posto non è mio, è degli 
sciclitani. Il mio posto è alla Chiesa. Ben vengano i paesani a gridare “viva il Socialismo!”, io allora 
al loro grido esultante unirò la mia benedizione». 
Il PSI sciclitano si colloca dunque all’incrocio tra due delle “fratture” indicate da Martin 
Lipset e Stein Rokkan come principio fondante dei partiti politici moderni. Da una parte, si può 
individuare il cleavage sociale, che, nell’assenza di uno sviluppo industriale, contrapponeva a Scicli 
i braccianti agricoli ai proprietari terrieri; dall’altra, sta invece il conflitto religioso, soprattutto in 
materia di istruzione, per la presenza di chiese metodiste che rivendicavano il loro ruolo formativo 
per i cittadini sciclitani, protestanti e non. A prevalere fu senza dubbio l’aspetto sociale, che si andò 
via via radicalizzando, sia per gli effettivi disagi della popolazione più umile, sia per l’intransigenza 
dimostrata dalla classe dirigente nei confronti delle richieste di costoro. 
 

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Informazioni tesi

  Autore: Rudy Francesco Calvo
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Scienze della Comunicazione
  Corso: Scienze della Comunicazione
  Relatore: Rita Di Leo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 161

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